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POESIA: UNITÀ NELLA FRAMMENTAZIONE?Poeti da tutta Italia si incontrano, si confrontano e si esibisconodi Elisa Modolo Un incontro dedicato alle nuove voci della poesia dove, tra letture di testi e indagini sulla genesi poetica, si è tentato di esaminare la varietà di prospettive e stili che caratterizza l’accostamento a quest’arte nella contemporaneità.
Si è tenuto presso la Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei di Venezia l’incontro dall’evocativo titolo “POESIA: unità nella frammentazione?” finalizzato alla presentazione di autori emergenti nel campo poetico. Hanno partecipato come relatori la giovane poetessa Silvia Salvagnini, gli esponenti del gruppo poetico “Il Viandante” Massimo Morzetti e Gabriele Turati, l’autrice-vignettista Clara Vajthò, il poeta-informatico Giovanni Monasteri e Fabia Ghenzovichdell’associazione culturale Milanocosa. Il carattere spiccatamente informale dell’evento e il numero limitato di spettatori hanno permesso sia di realizzare una sorta di meeting tra le nuove voci del panorama poetico odierno - che hanno potuto conoscersi e confrontare le loro esperienze - sia di creare un rapporto di osmosi tra il pubblico e i relatori dove ogni intervento veniva commentato liberamente e otteneva un riscontro diretto da parte dei partecipanti. Una formula indovinata che mescola il reading al dibattito letterario e si serve dell’interazione con il pubblico come elemento propulsivo. All’inizio ogni poeta si è presentato e ha spiegato le caratteristiche principali della propria scrittura ponendola in relazione con il proprio vissuto personale, poi ci si è concentrati sulla “genesi” dell’ispirazione poetica e di come questo momento è stato percepito dai singoli autori. Gabriele Turati, laureato in filosofia, ha iniziato tardi a scrivere in modo consapevole, partendo con delle righe scritte di getto dopo alcune letture. Del suo stile sottolinea l’attenzione al suono delle parole, alle rime, alle anafore (come in “Vi sono tempi” e “fioco fuoco”) e la tendenza alla sperimentazione che si esplica in testi associati alla musica e componimenti haiku. Considera la poesia un mezzo per descrivere in modo diverso la realtà che viene manipolata, distrutta e atomizzata per poi essere ricostruita nel testo. Fabia Ghenzovich ha parlato di uno stile dai timbri diversificati, dovuto la fatto che il mondo stesso ha sfaccettature numerose e varie, con un linguaggio connotato dalla ricerca di ritmi interni e dal connubio con la musica sotto la forma del rap (come nella lirica “Metropoli” del volume “Giro di boa”.). L’autrice ha usato una metafora particolare per descrivere l’origine della sua attività poetica, nata «da un brontolìo di pancia», cioè da qualcosa che si muoveva dentro di lei e spingeva per uscire, finendo per affiorare sotto forma di parola. Si è trattato di un ascolto e un recupero di una parte di sé che si era svelata in anni giovanili ma poi era rimasta sepolta per lungo tempo. Massimo Morzetti ha adottato uno stile poetico libero e senza schemi per liriche brevi, semplici e dirette con un tono che sa essere anche faceto e brioso. Considera la poesia il modo più naturale per esprimersi e le sue liriche rappresentano fotografie di ciò che vede e dello stato d’animo del momento (diversi componimenti prendono spunto da situazioni di viaggio come “Stazione di Bologna”, “Reggio Emilia”, “Padova in treno”). Clara Vajhtò, che ha iniziato a scrivere fin da bambina, parte da un’attività di vignettista ed illustratrice per quotidiani veneti. La sua vena poetica predilige l’argomento erotico osservato da punti di vista insoliti –spesso ironici- allo scopo di svelarne significati ulteriori. Lo stile è imperniato su doppi sensi e giochi di parole che si riflettono anche nei titoli, chiavi di lettura dell’intero componimento (come in “Scioglilingua”, “Rimembro”, “Quando faceva sesso la bisnonna” e nella raccolta “Poesiole doppiosensuali”). Giovanni Monasteri, informatico programmatore e poeta, si è trovato nella condizione di conciliare le sue due “anime” apparentemente agli antipodi. Ci è riuscito attraverso una poetica ben strutturata che predica lo stesso rigore e attenzione usate nella creazione dei software perché «in poesia, come nella scrittura dei programmi, se sbagli una virgola non funziona niente». Il suo stile non è improntato ad una metrica particolare -anche se predilige l’endecasillabo- e utilizza assonanze e cesure. Compone in versi da sempre e copre un’ampia gamma di soggetti (dalle liriche d’amore “Mensa aziendale” e “Figure” a quelle d’occasione, a tematiche di stampo religioso in “Preghiere per far piovere” ) ma soprattutto scrive per dare una propria impronta al linguaggio, per «parlare la lingua ma non essere parlato da lei». La sua musa ispiratrice è infatti la scrittura stessa. Riallacciandosi al tema dell’incontro esprime una concezione della poesia come frammentarietà per eccellenza (citando ad esempio il celeberrimo Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca), una massa di frammenti che bisogna comporre e montare per costruire un discorso unitario. La vocazione alla scrittura di Silvia Salvagnini ha invece un’origine burrascosa e movimentata quando, durante una particolare fase dell’esistenza risalente ai 15 anni, due passioni -poesia e pittura- sono esplose in modo contemporaneo e improvviso. Da allora non si è più fermata. La sua ispirazione affonda le radici nella quotidianità e nella vita perché la poesia con la sua essenzialità altro non è se non un modo per entrare in contatto diretto con la realtà. La particolarità delle sue raccolte poetiche consiste nel fatto di essere una “narrazione in forma poetica” perchè costituite da testi brevissimi organizzati secondo un determinato filo conduttore (come in “Silenzio cileno” e “Baci ai muri”). Lo stile è attento alla potenza della parola tanto da porre in risalto anche le particelle minime del discorso (come i monosillabi “il”, “ci”). Il lessico è un melting pot tra parole comuni e quotidiane, termini semi-scientifici (svincolo termico, bombarderia, energia, massacro atomico) e incursioni nel linguaggio scurrile. L’incontro è terminato con la lettura, ad opera di ciascun autore, di alcune delle liriche pubblicate dalle quali è emersa la suggestione delle parole, sia nella capacità evocativa della loro struttura fonica, sia nella valenza semantica rielaborata e riplasmata per far emergere aspetti inconsueti. La Poesia, quindi, come campo da gioco unitario in cui si muovono decine di voci e stili tra loro molto diversi che talvolta non disdegnano di intrecciarsi ad altre forme d’arte come la pittura o la musica. Si è trattato di un’occasione per far conoscere le nuove leve della poesia ma soprattutto un’affascinante proposta per stimolare, tramite il confronto diretto con la testimonianza degli autori, l’accostamento dei “profani” ad un ramo della letteratura che tanto ha dato alla letteratura italiana ma oggi si trova ad essere decisamente trascurato. POESIA: UNITÀ NELLA FRAMMENTAZIONE?
Incontro organizzato dalla CULTURE FACTORY di Venezia della FONDAZIONE ENI ENRICO MATTEI.
Sabato 24 novembre 2007, ore 16.00-18.00 presso l’aula didattica.
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