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Concorso "PROOF" di John MaddenLa follia della razionalitàdi Matteo Signa Catherine è una giovane donna che deve fare i conti con la malattia mentale del padre Robert, un brillante matematico, da cui ha ereditato il genio per i calcoli. Tuttavia potrebbe esserci il rischio che il professore abbia trasmesso alla figlia anche la sua instabilità, tesi che sembra convincere Claire, sorella di Catherine, accorsa per prendersi cura degli affari di famiglia, così come un giovane studente del padre, che ha scoperto tra le carte del matematico un’importante teoria dei numeri che Catherine sostiene essere sua.
Un film riuscito. Essenzialmente per un motivo. Bisogna riconoscere a Madden il merito di aver trasposto in maniera coerente e precisa una piéce teatrale di David Auburn sul grande schermo. Il regista inglese ha ricoperto la regia sia nell’ambito teatrale che nella versione cinematografica. Questo, però, non sottintende il fatto che fosse agevolato nell’atto. Non solo per la diversità dei linguaggi ma soprattutto per la particolarità del soggetto e la complessità dei dialoghi. Fin dall’inizio, Madden ha capito che la sfida era eccitante: trovare un espediente tale da rendere onore agli eventi imprevedibili del film e sviluppare il mistero tanto da coinvolgere, allo stesso modo, sia la testa che il cuore. Sincronizzare la risoluzione emotiva della storia con quella del mistero centrale. La narrazione segue, dunque, un doppio percorso: uno si svolge nel presente presentando un mistero, l’altro avviene nel passato, svelandolo. Quello del passato termina facendo chiarezza sul momento in cui è iniziata la storia del presente. Attraverso questo meccanismo il pubblico riesce, realmente, a immedesimarsi nell’esperienza di Catherine su un livello oggettivo (avvenimenti realmente accaduti) e uno palesemente soggetivo (cosa può essere vero o immaginario). La prova del titolo ha, chiaramente, una doppia valenza. Non è da intendere solo in senso matematico, facendo riferimento esplicito a una formula numerica, ma soprattutto in una chiave legata al “quotidiano”, all’esistenziale. La pellicola ha la capacità di inserirsi in quella sottile zona di confine che esiste tra le certezze matematiche e le prospettive mutevoli dell’esperienza umana includendo valori difficili da cogliere quali la fiducia, lamore e l’equilibrio mentale. Curioso, a questo proposito, come la struttura narrativa del film segua un percorso di natura scientifico-matematica: problema e soluzione, congettura e prova. La pellicola ha delle prove attoriali decisamente buone. Nessuno escluso. Da segnalare una paio di curiosità legate ai due attori principali. Hopkins sembrava deciso a prendersi un periodo di pausa dal mondo del cinema e dal mestiere di attore. Dopo aver letto la sceneggiatura di Proof non ha avuto esitazioni a cambiare idea. La reazione positiva è stata immediata. La Paltrow ha, invece, rivestito i panni di questa giovane matematica considerando che fu proprio lei a calarsi in questo particolare ruolo all’interno della rappresentazione teatrale che ha avuto un numero di repliche talmente alto da superare il record stabilito da “Amadeus”. Nel passaggio dal teatro al cinema, l’attrice premiata con l’Oscar per Shakespeare in Love, ha subito una forte perdita familiare che, indirettamente, le ha permesso di perfezionare l’interpretazione del personaggio mettendo ancora più a fuoco i contorni del suo essere. Il film vuole essere anche questo. Sapersi rapportare al dolore e alla morte e, più nel dettaglio, alla perdita di una persona amata. Titolo originale: Proof Nazione: Gran Bretagna, U.S.A. Anno: 2005 Genere: Drammatico Durata: 104’ Regia: John Madden Cast: Gwyneth Paltrow, Anthony Hopkins, Jake Gyllenhaal, Hope Davis, Gary Houston, Anne Wittman Produzione: John Hart, Robert Kessel, Alison Owen, Jeff Sharp Distribuzione: Buena Vista
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