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Pacino e la contestazione inaugurano un Festival sottotonoMarc’Aurelio d’oro alla carriera per il divodi Bruna Alasia Poco prima dell’arrivo di Al Pacino, i giovani precari dei centri sociali improvvisano sulle transenne a ridosso del red carpet una manifestazione al grido di “Roma libera”, “Fuori” e “Non vogliamo essere noi a pagare”. Un brivido percorre la folla, ma si dileguano presto e senza incidenti, lasciandosi dietro la scia del loro malessere; all’ingresso gli studenti della Sapienza sorreggono un lunghissimo dazebao con la scritta “Contro i tagli dell’Università”. Occhiali da sole, barba incolta, completo blu, affascinante anche in età avanzata, appare Alfredo James Pacino, classe 1940, accolto con grida d’entusiasmo e applausi. Ritira il Marc’Aurelio d’oro alla carriera ed è venuto a spiegare il metodo del famoso Actor’s Studio che lo ha formato in teatro e nel cinema. “L’Actor’s Studio – racconta dal palco della Sala Sinopoli – è la casa della recitazione e per tutti gli attori del mondo ha un significato peculiare. Chiunque può presentarsi e fare un provino, se si viene accettati si rimane membri a vita. Negli anni ’60 si tenevano due sessioni di recitazione con Lee Strasberg e gli attori professionisti potevano cimentarsi e incontrare i registi. Essere in Italia, in questa Mecca del cinema a parlarne – sottolinea - è per me una vera opportunità”. Figlio di Salvatore e Rosa Gerardi, con nonni originari di Corleone, cresciuto nel South Bronx in condizioni di vita difficili, Al Pacino ha interrotto gli studi a diciassette anni iniziando a lavorare come lustrascarpe, facchino, operaio. Prima di essere ammesso all’Actor’s Studio ha frequentato numerose scuole di recitazione, ma sarà Lee Strasberg a valorizzare quel talento che lo ha portato alla realizzazione del sogno americano. Fuori la sera scende e sul red carpett sfilano Valeria Marini, in rosa confetto al braccio di Vittorio Cecchi Gori, Tiziana Rocca in nero e lustrini, Simona Ventura, Matthew Modine, Sandra Milo. Ma la terza edizione del Festival Internazionale di Roma, con meno servizi, meno addetti, meno gente ai tavolini di bar e ristoranti, parte con malinconico sottotono: l’aria della crisi si sente ancor più dove i tagli per economizzare lasciano il vuoto in piena festa.
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