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"Pooh – Beat ReGeneration"Festeggiare i 40 anni, tornando indietro di altrettantodi Emanuele Rauco Pare normale: quando si veleggia senza remore verso i lidi della “vecchiaia” e della pensione, lo sguardo tende sempre a voltarsi verso il passato. Così è normale che raggiunti i 40 anni di carriera un gruppo faccia nuovamente i conti con i propri esordi. Ma i Pooh hanno scelto un modo piuttosto diverso di celebrare la ricorrenza e rendono omaggio alla corrente che ha dato loro i natali e, con un disco di cover, onorano le band da cui hanno tratto ispirazione.
Beat ReGeneration, infatti, è un disco di cover, nel quale il più famoso complesso italiano rielabora successi della musica beat che negli anni ’60 e ’70 approdarono dagli stati anglosassoni all’Italia (molte di quelle, infatti, erano già cover) e formarono indelebilmente – nel bene e nel male – una generazione di musicisti. E i Pooh prendono quei brani e quelle atmosfere e li rivestono di suoni nuovi e moderni, per ricordare il passato guardando al futuro; ma il risultato è labile, viziato d una certa mancanza di verve e da arrangiamenti sbagliati e poco interessanti. Facchinetti e soci spaziano dai Rokes ai Quelli, dai Ribelli all’Equipe 84 per redigere una sorta di campionario della musica su cui hanno mosso i primi passi, dandogli una veste diversa e il più possibile moderna: dal rock venato di progressivo, al pop moderno che è divenuto il simbolo dei nuovi Pooh, da venature orientali a stralci elettronici che poi si chiudono in rassicuranti arpeggi di chitarra. Ma questo lavoro di rilettura diventa ben presto meccanico e poco rispettoso, a volte, degli originali, che nelle nuove vesti sonore perdono molto del fascino di cui erano in possesso. Così, un capolavoro assoluto di solenne intensità come Pugni Chiusi diventa un goffo tentativo di canzone attuale, dai ritmi accelerati; oppure, al contrario, la fedeltà stantia a Eppur mi son scordato di te la fa diventare una spenta replica. In generale, l’uso di tastiere, ridondanti arrangiamenti d’archi, modernizzazioni non richieste (basti pensare alla bruttezza dei cori in Sono un ragazzo di strada) e tocchi eccentrici funziona solo a tratti, come in 29 settembre, ma più spesso sovraccarica i suoni – come dimostra l’allungamento dei brani per renderli di durati assimilabile al gusto moderno – e il meglio si ha quando si cerca di ampliare lo spirito originario, come nel binomio d’apertura (E’ la pioggia che va e La casa del sole), traendo il meglio dalle composizioni, come nella bellissima Nel cuore e nell’anima o nella conclusiva Gioco di bimba. Lavoro riuscito a metà, che se qui e la sorprende, più spesso infastidisce, non lasciando nemmeno molto spazio per gli unisono tra Battaglia e Facchinetti che, almeno in apertura, paiono la chiave vincente di un disco che invece si spegne poco a poco, pago (almeno) di aver limitato le ormai inascoltabili parti vocali del tastierista. Va da sé, in ogni caso, che i fan gradiscono e acquistano. Tracklist: 1. E’ la pioggia che va - Rokes (1966) 2. La casa del sole - Bisonti (1965) 3. Pugni chiusi - I Ribelli (1967) 4. Che colpa abbiamo noi - Rokes (1966) 5. Un ragazzo di strada - Corvi (1966) 6. Eppur mi sono scordato di te - Formula 3 (1971) 7. 29 Settembre - Equipe 84 (1967) 8. Mi si spezza il cuor - Sorrow (1966) 9. Nel cuore e nell’anima - Equipe 84 (1967) 10. Per vivere insieme - I Quelli (1967) 11. Così ti amo - Califfi (1968) 12. Gioco di bimba - Le orme (1972)
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