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"Popieluszko - Non si può uccidere la speranza" di Rafal WieczynskiPolpettone di propaganda cattolica per ristabilire un’egemoniadi Emanuele Rauco Se il crocifisso in aula è un problema che la Corte di Strasburgo ha stabilito essere all’ordine del giorno, per questioni di tradizione o di asservimento è da chiarire, un film come Popieluszko sembra capitare a fagiolo nel bel mezzo del dibattito etico-politico, come a voler ristabilire una sorte di ordine e gerarchia morale. E quindi nel raccontare la storia del sacerdote che, aiutando il sindacato Solidarnosc a lottare contro il regime comunista, si garantì la morte, Rafal Wieczynski vuole dare a Cesare quel che è di Cesare e soprattutto alla chiesa cattolica ciò che è della chiesa cattolica. Jerzy cresce e prende i voti nella Polonia ancora dominata dal governo sovietico: negli anni ’80 comincia ad appoggiare prima spiritualmente poi attivamente gli operai cattolici del sindacato Solidarnosc. Ma questo significa inimicarsi gli alti gradi del governo e delle forze dell’ordine. Scritto dal regista con l’appoggio, guarda caso, del governo polacco e della chiesa cattolica (tanto che nel ruolo di se stesso appare anche il primate di Polonia), un biopic didascalico che diventa presto propaganda e che riveste – con le dovute differenze di mezzi produttivi – la stessa funzione delle fiction sui preti o i santi di Rai Uno. Il film racconta di come l’enorme influenza del cattolicesimo, rafforzato in quegli anni dalla presenza di Papa Woytila, riuscì a creare uno spirito nazionale forte e unito che sconfisse, nel tempo e con molti sacrifici, il giogo comunista; per farlo sceglie uno dei sacerdoti simbolo di quel periodo e ne racconta la parabola attuando una palese sovrapposizione cristografica, evidente nella scena del carcere, coi ladri e assassini a dividere la cella, e sublimata nelle parole postume di Giovanni Paolo II. Wieczynski sceglie un linguaggio rudimentale per il suo apologo, alterna scene di repertorio e qualche idea elegante a un uso violento della promozione dei valori religiosi (l’omelia politica e l’adesione degli scettici) e rende il suo film un prodotto spendibile dalle autorità del suo paese, vedasi il ritratto di Walesa. Una sceneggiatura esplicitamente manichea (“Ho la sensazione che non sia fuori luogo una nota di nostalgia per quella capacità di discernere il ben dal male” dichiara l’autore) che taglia con l’accetta avvenimenti e personaggi, fa da sfondo a una messinscena che ricostruisce con perizia ma senza convinzione e non riesce a dare al suo montaggio (opera di Marek Cisewski), che vorrebbe d’avanguardia, un aspetto che non sia raffazzonato. Ovviamente, la presa sul pubblico di un prodotto del genere passa, oltre che dall’afflato sociale e civile, dalle prove degli attori e senza dubbio Adam Woronowicz è un Popieluszko convincente e convinto; ma pensiamo fermamente che questo tipo di operazioni serva più per proselitismo che per coscienza storica. Titolo originale: Popieluszko. Wolnosc jest w nas Nazione: Polonia Anno: 2009 Genere: Drammatico, Storico Durata: 149’ Regia: Rafal Wieczynski Sito ufficiale: www.popieluszko.pl Cast: Adam Woronowicz, Zbigniew Zamachowski, Marek Frackowiak, Artur Balczynski, Adam Biedrzycki Produzione: Focus Producers Distribuzione: Ranieri Made S.r.l. Data di uscita: Roma 2009 06 Novembre 2009 (cinema)
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