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Premio Città di Venezia 2009 a Eloi Bela NdzanaAl regista camerunense il riconoscimento durante la 66. Mostra del Cinemadi Farida Monduzzi - Giacomo Botteri Fra i premi alla 66^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia quello “Città di Venezia” si distingue, fra tutti, perché rilancia sul piano internazionale la cinematografia africana, altrimenti relegata al silenzio. Quest’anno è stata la volta di Eloi Bela Ndzana, cineasta del Camerum, premiato dall’assessore alle Politiche Sociale di Venezia e dal fondatore del premio, il critico della cinematografia africana prof. Michele Serra. Ndzana dirige dal 2001 il Centro di produzione e di Formazione TV della Diocesi di Douala in Camerum, creato dai Fratelli Canadesi delle Scuole Cristiane quarant’anni fa. Questo Centro è una branca del COE (Centro Orientamento Educativo). Nella sua scuola si creano documentari educativi, formativi, socio- culturali. Il regista è un trentenne dall’aspetto nobile, dalla aperta affabilità. Signor Ndzana, si dice che la sua carriera è dovuta da sacerdoti cattolici. Devo riconoscenza a missionari di varie nazioni extraafricane. La povertà delle mie origini è stata visitata dalla generosità di due salesiani, don Alcide Baggio che mi ha seguito nel primo periodo di formazione per poi affidarmi a don Francesco Viezzoli che, mediante concorso, mi incluse nel suo progetto formativo di tecnici televisivi da frequentare a Roma. Proprio a Roma ottengo il Master per imprese audiovisive. Ritornato in Camerum si è subito immesso nel settore cinematografico e televisivo? Collaboro col CRTV televisione del Camerum nel realizzare programmi per la gioventù. Ho presentato in Francia un documentario in cui ho coinvolto un gruppo di ragazzi sulla realtà del vino di palma ottenendo una menzione speciale. Speciale Oggi, oltre che al Centro diocesano, insegno alla Scuola della televisione e sono responsabile di uno studio di formazione e di produzione audiovisiva (videopro). Qui a Venezia lei ha presentato quattro documentari con inquadrature efficaci, un montaggio scorrevole e commenti autorevoli, riguardanti la scolarizzazione di ragazzi pigmei, spunti didattici di una sua giornata di scuola, il dramma dei profughi congolesi, la scoperta della medicina tradizionale del suo Paese. Ci può delineare meglio le fasi di questa sua ultima creazione? Questi documentari, già premiati in vari festival locali, sono nati da uno spontaneo entusiasmo, dati i risultati pregevoli dei nostri progetti socio-culturali. Nel cuore della foresta abbiamo trovato molti bambini pigmei. Con l’aiuto delle famiglie e le direttive di Frere Antoine Huysmann (canadese) li ospitiamo nel nostro centro e li formiamo – come ho illustrato –col metodo pedagogico chiamato ORA basato sulla osservazione, riflessione e sull’azione : da qui molto si opera a contatto con la natura, sul canto, sulla danza, sul disegno. Ancor più emotiva la mia carellata di insegnante in cui coinvolgo ragazzi di classi sociali differenti, tentando di estrarre e capire i loro ideali, le loro ambizioni. Più mossa e drammatica la raffigurazione della quotidianità di giovani profughi congolesi. Si occupano della produzione del “Chekouang”, un tipo di polenta detta “magnoca” e commercializzata in modo da permettere a molti di espatriare e rifarsi un avvenire. Erudita e composita la decifrazione filmica della medicina tradizionale del mio Paese, basata sulle piante e sulle erbe, la cui fioritura scientifica è dovuta a un gruppo di ricercatori organizzato cinquant’anni fa dal gesuita Eric di Rosny, specialista insigne delle usanze a Douala e in Camerum e dello studio delle piante e delle erbe.Il gruppo di questi scienziati coinvolge, nella loro ricerca, anche i cosidetti stregoni. Felice dell’accoglienza da parte del pubblico? Sarei altrettanto soddisfatto se i cinematografari rivalutassero il cinema africano e i politici europei capissero quanto si alzerebbe il livello sociale dei miei concittadini se si riuscisse a coinvolgermi in programmi culturali ed economici.
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