“RAIXE STORTE” DI ANDREA PENNACCHI E GIORGIO GOBBO

Da morir dal ridar

“Raixe storte”, racconta Andrea Pennacchi prima di iniziare lo spettacolo insieme a Giorgio Gobbo lo scorso dicembre, sul palco del Palaplip di Mestre, è stato pensato dopo la costruzione del secondo tanko. Il primo, costruito in Saccisica, era stato quello dell’assalto al campanile di San Marco. Era il 1997. Il secondo, invece, è nato a Casale di Scolosia, patria dei carri di carnevale: una pala meccanica con una bella mitraglia attaccata. Aprile 2014.

“Il veneto ha sete di sangue: il veneto è stato costretto ad accontentarsi dei schei. Ma il veneto vuole il sangue”: ci addentriamo allora, guidati da due veneti doc, ridendo impauriti in una storia sanguinaria del Veneto e dei veneti, attraverso killer spietati e miserabili poveri diavoli. Tutti disperatamente e inconsciamente privi di senso, privi di profondità nel loro essere, galleggianti in un vuoto mentale e sociale che sembra cullare dolcemente gli istinti più primitivi. Tutti efferati criminali, in questa storia, dei quali Pennacchi però, appunto, ci fa ridere: un po’ col gusto di ferro in bocca, ma ridere. Per alleggerire – alla sua maniera: estremamente umana, vicina, semplice, rispettosa del pubblico, solare persino qui – la cappa cupa nera grossa che in realtà ci vuole raccontare. Quasi quasi è la musica di Giorgio Gobbo che, paradossalmente, riporta alla misteriosa ferocia che sta dietro ai gesti raccontati. Solo chitarra e voce, tutto è a nudo: dall’oscurità non si scappa.

“Una galoppata tra i fatti più sanguinosi della storia di questa regione; un antidoto al mito dei bei tempi antichi, dell’età dell’oro della polenta e tocio che sgorga dalle sorgenti del Po, ma anche a quello dei veneti buoni e stupidi, o solo storpiati dalla miseria e dalla pellagra. Una sana dose di storytelling omeopatico, innaffiato da buona musica, per conoscere il lato noir del Veneto, dai tagliagole delle paludi dei Celti ai serial killer d’oggi”. Presentano così gli autori questo loro lavoro.

È, “Raixe storte”, una carrellata di personaggi ferocemente indimenticabili. Memorabile l’interpretazione della Maestra Vittorina: lui, Pennacchi, diciamo taglia media, che si trasforma sotto i tuoi occhi di spettatore in una vecchina scheletrica tutta ossa e fiele, che “copa un toso e lo buta in Brenta”. Poi c’è El Sorson, derattizatore di Treviso, che ha derattizzato tutta New York senza neanche una fattura, e che ha avvelenato 10 persone perche il mondo va liberato dai “mona”. Poi c’è Alvise il nero, ex br che sbaglia pistola (“fero de merda, rivoluzione de merda”); c’è Franco, l’imprenditore che spara ai suoi operai; e infine Edo, che per non far più il portavalori (“altro-che-Bagdad-ea-Romea-zio-far!”) diventa buttafuori in discoteca, e finisce per strangolare un ragazzo.

Andrea, all’inizio racconti di aver scritto queste storie dalle testimonianze raccolte durante i tuoi anni di lavoro in carcere.

In realtà le storie sono tutte inventate, scritte da me. È vero che ho fatto sei anni di teatro carcere, verissimo; e il modo di esprimersi dei personaggi viene eanche da quell’esperienza; però le storie sono costruite a partire da fatti di cronaca, da articoli di giornale. Edo nasce dalla storia di un uomo della sicurezza che strangola un cliente della discoteca; Franco nasce dalla vicenda di un imprenditore che proprio di recente ha sparato a due operai che andavano a chiedergli lo stipendio che lui non pagava da mesi. In nessuno dei casi raccontati c’è una motivazione vera e propria all’omicidio: i personaggi stanno parlandoti di altro, provano tutti a dirti delle cose su di loro, come a dire “io non sono solo questa roba qua”. Ma alcuni sono così esili, che c’è poco altro.

Lo stimolo a raccontare questo specifico tipo di veneto da dove arriva?

All’inizio dello spettacolo scherziamo sul fatto che il nostro territorio comincia a sfornare dei tanko; e in più, fornisce un discreto numero di serial killer in giro per l’Italia. Abbiamo deciso allora di dare voce anche a quel veneto gotico: che c’è, non c’è niente da fare. È una sorta di opposizione alle due immagini dominanti del veneto: quella vecchia, dura a morire, che aveva popolato il cinema degli anni ’60, del veneto bon, che va a fare il carabiniere o la servetta a Roma (e a Roma continuano a trattarmi certe volte così); poi c’è l’altra immagine, che quasi mi piace meno: il veneto egoista, solo schei e lavoro-lavoro-lavoro. Anche in questo caso, è un’immagine che nasce da un dato di fatto, però trascura tutta una serie di altre cose. E allora, non volendo fare nessuna apologia – perché non ce n’è bisogno: ognuno si difende da solo – abbiamo voluto dare un colore diverso all’immagine del veneto, partendo da cose vere.

Il tipo umano che racconti – senza spessore, in balia degli istinti, mentalmente piccolo, che quasi ti fa pena – dove lo hai incontrato?

A dirti la verità, lo noto nei bar, nelle osterie. A questo fine, mi sono stati più utili gli anni che ho fatto in discoteca a lavorare come barista, che quelli in carcere; perché in carcere trovavo spesso persone che in realtà avevano sviluppato una profondità, se non altro perché costrette dal fatto di stare chiuse dentro. Invece, quando servivo mojito all’Old Ranch, trovavo tipi umani così, che ti facevano pensare: “Ti te fe na bruta fine”.

Parliamo del titolo: “Raixe storte”. Che già storte è un aggettivo inquietante, negativo: una sorta di autocritica…

Doveva essere “Raixe marse”, il Maestro Giorgio Gobbo lo aveva pensato così. Poi abbiamo pensato che per l’export non fosse proprio il massimo, e così è nato “Raixe storte”, che comunque rende anche l’idea del non dritto, del contorto, e anche dell’andare a scavare sotto la superficie. Volevamo andare contro all’idea delle “raixe venete”, contro cose che non esistono: che esista il Veneto è un fatto, che esistano singoli veneti è un fatto, che esista la Padania… Però a volte queste operazioni poi riescono: a furia di dire che c’è, comincia a esistere anche la Padania. Addirittura adesso si prende tutta l’Italia: sentivamo prima alla radio la voce di alcuni napoletani che votano Lega. Però noi, alla fine, raccontiamo storie: non siamo bravi a far politica. Siamo gli “sprovveduti”, come dice el Sorson.

Raccontiamola questa: secondo el Sorson ci sono quattro categorie umane. Gli intelligenti, che fanno bene a se stessi e agli altri; i banditi, che fanno bene a se stessi e male agli altri; gli sprovveduti, che facendo del bene agli altri fanno male a se stessi; e i “mone”, che fanno male agli altri senza avere alcun vantaggio per se stessi. È Cipolla, questo.

È Carlo Cipolla, nel suo “Le leggi fondamentali della stupidità umana”: io mi sono limitato a tradurlo, a mettergli un po’ di colore, ma per il resto c’era già tutto; perfetto così.

Maestro Gobbo, parliamo delle canzoni di questo spettacolo.

Una era la Malombra, della Piccola Bottega Baltazar, che tra l’altro contiene un verso che parla delle raixe storte, anche se il titolo non lo abbiamo preso da lì, o almeno non consciamente. Le altre canzoni sono un paio di traduzioni, una dei Clash, e un’altra di Nick Cave. C’è anche “Il vino” di Piero Ciampi. Per un’altra ancora ho preso ispirazione da un veccho brano dei Gufi, “La Balilla”: quando abbiamo iniziato a progettare l’idea di questa specie di “cantamacabro”, di questo cabaret con un po’ di humor nero, a me sono venuti in mente i Gufi, un gruppo degli anni ‘60 che faceva brani indimenticabili tipo “Il cimitero è meraviglioso”. In questa canzone tutti i parenti del proprietario della Balilla si mangiano i pezzi dell’automobile… la Balilla qui è divenatata il Ducato, adattata ai tempi più moderni: un’immagine che ci stava, su certe dinamiche familiari venete che raccontiamo. La canzone finale, invece, l’ho scritta di sana pianta. “Nero” infine è una canzone di mala veneziana che risale credo all’800 e che è stata recuperata negli anni ‘60 dal Canzoniere Veneto: l’ho ripresa, fatta un po’ più alla folksinger, alla Bob Dylan di “Desire”.

Vorrei chiederti qual è il ruolo della musica in questo spettacolo. Mi spiego: le parole della drammaturgia sono un po’ tra il serio e il faceto, tra il tragico e il “meno male che rido”; però la musica mi sembra che dia un contributo in termini di mistero, di inspiegabile, e perciò di temibile.

È possibile, sì. Non saprei spiegarlo bene neanche io; parlando di genius loci – perché alla fine questo è uno spettacolo che cerca di raccontare un frammento dello spirito del luogo, del Veneto – credo che “Raixe Storte” abbia molto a che fare col mistero. È qualcosa che arriva da lontano, che non si riesce a spiegare fino in fondo; è qualcosa che è dentro il sangue: un sangue che non è assolutamente “puro – veneto”: infatti c’è molta ironia, in questo lavoro, sul fatto della purezza. Però c’è questo spiritello starno, questo genius loci, che è un tipo misterioso. Da prendere in qualche modo: e… beh, ce l’abbiamo tutti.

La rassegna di Cinemarte al Palaplip di Mestre:
http://cinemarte.it/articoli.php?id=3&annoarticoli=articoli2015#.VMtrwyj5IW4
http://www.andreapennacchi.com/
http://www.piccolabottegabaltazar.it/
foto da http://www.teatrioffpadova.com/evento/raixe-storte/