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RetroGusti Musicali RETROGUSTI MUSICALI. PETER GARIEL IIILa mutazionedi Luca Bertoldo Dopo l’abbandono dei Genesis, Peter Gabriel aveva realizzato due dischi omonimi (ribattezzati I e II). Buoni, per carità – emergevano già chicche come Solsbury Hill, Humdrum, Here Comes The Flood e Mother Of Violence –, ma dimostravano che la strada era ancora in salita. Bisognava limare gli eccessi, scrollarsi di dosso la nostalgia prog, centrare le sonorità e i testi. Nel 1980 arrivava Peter Gabriel III e la magia si avverava d’incanto.
A partire dalla copertina, il volto in gran parte liquefatto, si capisce che il nostro è decisamente cambiato o comunque sta cercando di farlo. “Ho sperimentato un nuovo modo di comporre, lavorando con una macchina elettronica e concentrandomi più sul ritmo che sulle tessiture di arrangiamento o sulla melodia”1 , spiegherà poi a quanti si interrogavano su quel concentrato di suoni elettronici, oscuri e sintetici, che popolano il disco. La batteria, in combinazione o in alternanza alla drum machine, è scarna ma potentissima, specie quando dietro ai tamburi si siede l’ex collega Phil Collins (sonorità, queste, che influenzeranno le produzioni pop almeno fino alla metà del decennio). Intruder inizia così, con un ritmo secco, martellante, ipnotico, a cui si aggiungono i rumori agghiaccianti di graffi, moltiplicati poi dalle voci distorte dei cori. Ci si avventura tra le ansie, le paranoie (No self control), il deteriorarsi del vivere civile (Not One Of Us), il convivere con la pazzia (Lead A Normal Life). Insomma un’analisi della crisi della società contemporanea (un altro Dark Side Of The Moon? Ipotizza qualcuno), con tanto di testi di grande spessore etico-politico: Games Without Frontiers e Biko, per molti, senz’altro per i fans, la vetta della produzione gabrieliana. A detta di chi scrive, l’apice creativo viene raggiunto da Family Snapshot, il brano qualitativamente più elevato dell’intera discografia del Gabriel solista, per la straordinaria capacità narrativa e di rappresentazione, per la perfetta costruzione musicale del racconto, in cui si portano agli estremi la potenzialità della voce ricca di armonici, il crescendo emotivo, la ricchezza espressiva del piano e di tutti gli strumenti presenti. Basato sul diario dell’attentatore del governatore Wallace (lo stesso a cui si ispirò Scorsese per Taxi Driver), il pezzo racconta il fatto in prima persona, come se fosse Arthur Bremner a parlare: dopo la sequenza, memorabile, dello sparo (“Holding my breath, release the catch, and I let the bullet fly”) si procede con una sorta di regressione infantile dello stesso, un’infanzia difficile, in ombra, che spiega il desiderio di mettersi in evidenza con un gesto scellerato. L’analisi, nonostante l’asciuttezza di testi e musica, si fa notevolmente profonda. Prodotto da Steve Lillywhite, registrato da Hugh Padgham (Police, Genesis…), con uno stuolo di ospiti e amici illustri come Robert Fripp, Paul Weller, Jerry Marotta e Kate Bush (senza dimenticare Tony Levin e David Rhodes, destinati a diventare compagni fedeli da lì in poi), il terzo Gabriel resta caposcuola e disco imprescindibile per chi voglia conoscere il pop a tutto tondo. 1 Citato in G. Samsa, I sonatori dell’Arca Perduta, introduzione a Genesis, Arcana, Milano, 1982
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