VEDI ANCHE |
|||||||||||||||||||||||||
Karlovy Vary International Film Festival - Concorso "Restoration" di Joseph MadmonyIl restauratoredi Massimo Tria Un anziano restauratore di mobili perde all’improvviso il collega di molti decenni di lavoro e rimane solo, incerto sul futuro lavorativo e familiare. Forse più che il prezioso pianoforte ritrovato per caso in bottega dovrà pero’ impegnarsi a “restaurare” la propria famiglia a pezzi.
E’ tempo di crisi ovunque, si sa, ma Jakov Fidelman non perde il lavoro, bensi’ il suo unico collega (il che a volte puo’ essere anche peggio). Oltre ad essere suo decennale supporto psicologico, Max Malamud era anche l’unica garanzia di sopravvivenza per la scalcinata bottega di restauratore che Jakov possiede a Tel Aviv, una sorta di magazzino di pezzi di legno sparsi qua e la’, innaffiati da rivoli di varie lacche e prodotti per la lucidazione e non proprio corrispondente ad un’immagine di prosperita’ economica. Non molto promettente come luogo di lavoro, dunque, e tanto meno esso lo diventa quando il figlio (piuttosto stronzo anzi che no...) inizia a remare contro il genitore e la sua ormai antiquata professione: lungi dal diventare continuatore della tradizione familiare il pragmatico Noah vorrebbe fare cassa e assicurare un minimo di eredita’ per se’ ed il figlio che sta aspettando. La complicata situazione familiare con i suoi netti contrasti generazionali offre una base narrativa salda sulla quale il regista di Gerusalemme, pur senza cadere in soluzioni prefabbricate, imposta un intreccio avvolgente che si innesta su piu’ assi convergenti: il rapporto fra padri e figli, il pregio del lavoro artigianale ormai disprezzato a favore degli investimenti truffaldini, il dono della visione che permette di trovare dei tesori nascosti dove non ce li si aspetta. Non manca neanche un sottile e vibrante erotismo, nascosto fra le pieghe della curiosita’ della generazione anziana (si vedano i buffi incontri con le prostitute), e attorno ad una pericolosa relazione adulterina colta sul nascere fra la nuora incinta di Jakov ed il suo enigmatico ragazzo di bottega. Madmony e’ particolarmente bravo a giocare con il non detto, facendo emergere temi e motivi in maniera suggerita ed indiretta, con pennellate non scontate che fanno crescere gradualmente la storia, cosi’ come non scontati sono i caratteri dei personaggi, colti tutti in un momento di passaggio e di crisi, e tendenti per cio’ stesso a dare il meglio e il peggio di se stessi di fronte al rischio della sconfitta. L’autore israeliano dimostra anche come il cinema del suo paese non debba essere necessariamente vampirizzato solo dal tema arabo-palestinese, e pur senza diventare maniacale o monotono si concentra sui gesti del restauratore, sul rapporto uomo-oggetti e sul luogo quasi sacrale del suo lavoro. Si puo’ quasi sentire l’odore dei legni e delle vernici del laboratorio, location quasi unica ma multifunzionale: e’ fonte di sostentamento per un’intera famiglia, ma anche luogo predisposto agli scontri fra le sue varie generazioni, e’ ancora rifugio notturno per il ragazzo di bottega in fuga da un passato poco chiaro, ma non ci nega neanche inattese sorprese nascoste fra le sue innumerevoli cianfrusaglie. Il piano prezioso (uno Steinway di fine Ottocento) che vi viene ritrovato e’ come un catalizzatore che sapientemente viene posto a meta’ della pellicola per condensare le linee narrative e dar loro una nuova svolta e nuova linfa. Due principi si scontrano insomma in questa piccola prima sorpresa del concorso: la brama del guadagno facile e tendenzialmente disonesto, che anima il figlio Noah, e la sapienza certosina dell’artigiano, che probabilmente risulta perdente sul piano strettamente economico, ma che individua con certezza da che parte stia il lato migliore dell’essere umano, per lo meno in questo Il restauratore: sta nella ricerca testarda del pezzo di ricambio (anche La stella che non c’e’ di Amelio insegna), nella fedelta’ ai propri principi di lavoro, gli unici che possano nobilitare anche la piu’ disumana delle professioni. Il meglio dell’uomo sta nel regalare ad un giovane e promettente artista il frutto del proprio pesante lavoro, perche’ un piano (come le campane di Andrej Rubljov) non e’ un mero oggetto e deve continuare a parlare, anche quando il genere umano rimanesse muto. E perche’ il lavoro di per se’ non nobilita affatto l’uomo, ma siamo noi a nobilitare il lavoro. Colour, 35 mm Israel, 2010, 105 min EP – European premiere Section: Official Selection - Competition Director: Joseph Madmony Screenplay: Erez Kav-El Dir. of Photography: Boaz Yehonatan Yaacov Music: Avi Balleli Designer: Yoav Sinai Editor: Ayala Bengad Producer: Chaim Sharir Production: Yezira Ivrit Ltd. Sales: Yezira Ivrit Ltd. Cast: Sasson Gabai, Henry David, Sara Adler, Nevo Kimchi, Ruth Burstein
|
|||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2012 Creative Commons |





