“Rise and Fall, Rage and Grace” degli Offspring

A tutta velocità in territori esplorati

Succede spesso che dopo un successo enorme e inaspettato una band si ritrovi ripiegata su ses tessa, indecisa se continuare perpetuamente a battere il ferro oppure rinnovarsi. Oppure provare entrambe le strade: quello che più o meno hanno fatto gli Offspring che, dopo il botto di Smash (11 milioni di copie), hanno provato a far convergere l’anima più dura e veloce del punk melodico con uno spirito da rock giovanile e commerciale.

E se si esclude Ixnay on the Hombre (il loro album migliore), i risultati sono stati altalenanti e privi di una forte coerenza. Stessi problemi, seppure con qualche miglioramento, per il loro ottavo album in studio che dopo il tentativo di ritorno hardcore di Sprinter, cerca di recuperare quello spritio melodico, popolare e al tempo stesso puramente rock che ne ha decretato il successo, ma con esiti contrastanti.

Infatti il disco sembra una replica a più di 10 anni di distanza proprio di quell’album che li ha lanciati nello show-business, alternando il punk veloce, epicheggiante, emotivo a loro caro, con pezzi di rock più maturo, ma anche con ballate o svisate pop poco riuscite e che non riescono a fare luce pienamente sul significato di un disco che dovrebbe, fin dal titolo, simboleggiare una prova definitiva.

L’attacco è di quelli che più classici non si potrebbe con Halftruism, anthemico e molto moderno, e Trust in You purissimo Offspring sound; poi i toni si trasformano, virano verso il pop, il new rock persino l’emo con brani come You’re Gonna Go Far, Kid, Hammerhead (primo singolo) o A Lot Like Me, che sembra un’imitazione malriuscita dei Linkin Park di Transformers. E tra omaggi al passato (Takes Me Nowhere), ballata maldestre (Kristy, Are You Donig Okay? o Fix You) e rock magari non originale ma apprezzabile (Nothingtown e le sfumature reggae di Let’s Hear it for Rock Bottom), il gruppo dimostra di non avere ancora chiara la strada da (ri)prendere.
Indecisione che si è riscontrata anche nella confusione sul batterista con Ron Welty sostituito a fatica prima da Josh Freese e poi da Pete Parada, condizionando anche un produzione (di Bob Rock) indecisa tra gran ritorno e viaggio in nuovi suoni.

Che però sono semplicemente quelli con cui il rock macina soldi negli ultimi anni e che, superata la soglia adolescenziale, faticano a restare nell’orecchio dell’ascoltatore.