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"Romanzo Criminale" - La serieIl Terribile incastra tutti (1x06)di Emanuele Rauco Arriva sempre il momento in una serie, meglio in una particolare stagione, il momento di dare un giro di vite, un colpo di coda che dia una svolta al tono o alla storyline degli episodi, e di solito questo turning point (per usare un termine tecnico delle sceneggiature) arriva a metà stagione, magari per chiudere delle storie e cominciarne altre: esempio classico è quello di 24, che spesso, al dodicesimo episodio, chiude delle linee, dà la parvenza dello stato di grazia, e poi colpisce duro il protagonista e lo spettatore. Per fare questo, la serie di Sky Cinema sceglie una digressione tipica della narrativa televisiva d’oltreoceano, dove una variazione di stile, genere o ambientazione, diventa pretesto perfetto per spostare l’asse d’attenzione narrativa verso qualcos’altro: in questo caso, i membri della banda sono tutti in carcere, dopo che sono stati ritrovati i cadaveri del barone Rosellini e del palo Cagnizzaro. Capiscono ben presto che è stato il Terribile a tradirli, ma devono guardarsi le spalle da un boss della ’Ndrangheta che vuole assumerli e da Scialoja, che analizza i nastri della telefonata per il riscatto del barone, per poterli incastrare. Praticamente tutto ambientato dentro la galera, con poche puntate esterne, l’episodio si caratterizza per una grande ricchezza tematica il cui centro, in diretta prosecuzione dell’episodio precedente, è l’importanza e la solidità di un gruppo che si stava sfasciando e che deve – giocoforza – ritrovare la sua compattezza; proprio il fatto che, per molti dei personaggi, il carcere sia “aria di casa”, permette di riflettere sul loro modo di comportarsi, sul loro atteggiamento fuori dal carcere, tanto che uno dei fili conduttori dell’episodio è la serie di flashback che ricostruiscono aneddoti dell’infanzia dei protagonisti, colti in momenti decisivi per la loro formazione criminale, confrontandosi con i vari se stessi da vecchi, come nel rapporto tra Libanese e il compagno di cella, Barbaro. Probabilmente l’episodio migliore visto finora, che a differenza degli altri parte subito forte in fatto di tensione e acume narrativo, mostrando un modo di calibrare svolte nell’intreccio e colpi di scena (la cancellazione delle prove) che è davvero figlio di un altro linguaggio – tanto che viene alla mente X-Files per come viene messo in scena il complotto e la cospirazione – e di una costruzione perfetta, complessa e coerente, come il finale che mostra il ritorno dei personaggi alle proprie case, per chi ne ha una. La sceneggiatura gioca sul filo del rasoio, gestendo perfettamente la suspense e dando sempre più sfumature al personaggio di Libanese, divenuto ormai un vero leader tragico, sebbene Francesco Montanari non sempre ne sia all’altezza; la regia ha un passo superiore e magistrale, sembra provenire quasi da un altro sistema produttivo, da un’altra industria, anche meglio del Guido Chiesa di Quo vadis, baby?; mentre ancora qualche limite mostrano le recitazioni monocorde di qualche attore, mitigate dalla bravura di Vinicio Marchioni e dai comprimari, tutti all’altezza. Raramente in una serie nostrana viene voglia, alla fine di un episodio, di mandare avanti il tempo per poter vedere il seguito: questo caso, è una felicissima eccezione.
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