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"SCEMO DI GUERRA – ROMA 4 GIUGNO 1944" DI ASCANIO CELESTINITra il riso e la poesia. La liberazione di Roma vista con gli occhi di un bambinodi Manuela Cesarani Vincitore del Premio Ubu 2005 come nuovo testo italiano, Scemo di Guerra ha debuttato nel 2004 alla Biennale di Venezia ed è da poco diventato un libro edito da Einaudi.
E’ uno spettacolo semplice e raffinato che racconta una storia fuori dalla Storia. Anzi racconta cento, mille storie, che corrono sul filo della memoria e si intrecciano a fantasie, dicerie e leggende per dare vita ad un monologo commovente, ma allo stesso tempo divertente, popolato da personaggi che fanno, o subiscono, la guerra senza sapere nemmeno il perché. Non capita spesso di entrare in teatro e trovare l’attore ad accogliere il suo pubblico, mescolarsi alla platea, chiacchierare con gli spettatori e poi, dalla sala, salire sul palco, posizionarsi al centro della scena e cominciare a raccontare. E’ così Ascanio Celestini: un aedo con un lungo pizzo che incanta con la sua semplicità. Si siede su una sedia, al centro di una scenografia ridottissima, un paio di neon intorno, e inizia così “Mi ricordo che mio padre raccontava una storia di guerra. Una storia di quando lui era ragazzino. L’ho sentita raccontare per trent’anni. E’ la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma”. Lo spunto della narrazione paterna è solo l’inizio: Celestini ci costruisce intorno una miriade di altre storie che si intrecciano, si sovrappongono e si scontrano, tutte vicende sospese tra realtà e immaginazione, accadute nell’ultimo giorno dell’occupazione nazista. “Alcuni fatti sono realmente successi a mio padre, come quando ha rischiato di farsi ammazzare da uno scemo di guerra per raccogliere una cipolla. Altri sono altrettanto veri, ma li ho ascoltati da altre persone, come la storia del soldato seppellito vivo all’Appio Claudio. Certe cose credo di averle inventate io, ma forse ho soltanto dimenticato chi me le ha raccontate e adesso mi sono convinto che si tratta di invenzioni”. Il bombardamento di san Lorenzo o il rastrellamento del Quadraro sono solo delle cornici, dentro le quali Celestini tratteggia storie visionarie e immagini oniriche, racconti recuperati dalla memoria chissà dove. E così prendono forma il barbiere “con le mani belle”, la trattoria della Sora Irma “dove si mangia scientifico”, i morti resuscitati, le mosche parlanti e le scimmie intelligenti, il ragazzino con il carretto di patate, il vecchio scalzo, il guardiano dei porci…e così via. Come in ogni fiaba che si rispetti ci sono delle caratteristiche che si ripetono, come quella voglia rossa “che sembra una carta geografica”, macchia indelebile sui volti dei soldati mandati in guerra “così giovani che avevano appena imparato a farsi il laccio alle scarpe”. Celestini parla per un’ora e quaranta, riuscendo a dare una forma leggera e un ritmo quasi musicale al suo monologo: la narrazione salta avanti e indietro e poi ritorna su stessa, le trame si aggrovigliano e si confondono, una dentro l’altra, proprio come quella matrioska che il soldato russo si era portato da casa per conservare un fiocco di neve. Lo spettacolo termina con la registrazione della vera voce del padre, che ripete le stesse parole con cui l’attore aveva iniziato il monologo. Un modo per chiudere il cerchio e mantenere un legame umano, e tangibile, con una storia di famiglia. SCEMO DI GUERRA – ROMA 4 GIUGNO 1944 uno spettacolo di e con Ascanio Celestini Fabbrica e la Biennale di Venezia
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