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23. SETTIMANA DELLA CRITICAIncontro col selezionatore Adriano De Grandisdi Farida Monduzzi - Giacomo Botteri Nella Settimana della Critica si sono spesso visti film di impegno alla ricerca di linguaggi nuovi, coincidenti per lo più con opere intellettualistiche o virtuose all’eccesso. Nella ricerca esasperata di essere originali e farsi notare, i concorrenti di questa sezione presentavano film cupi, estremi di vite desolate. Quest’anno qualche gioiello fra le pellicole pretenziose si è colto per piacevoli novità, spiritose e divertenti.
Si è verificato l’inatteso fenomeno di spettatori che, esasperati da certi film inspiegabilmente inseriti nella sezione maggiore del concorso, si rifugiassero nella Sala Perla per rinfrancare spirito e intelletto. In questo clima di rinnovato entusiasmo per questa sezione, è stata una piacevole sorpresa il divertente Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, capace di ripetere i felici esiti del film di Molaioli. Anche quest’anno il giornalista del Gazzettino e critico cinematografico Adriano De Grandis ha fatto parte della Commissione selezionatrice dei film della 23. Settimana Internazionale della Critica. Con la consueta cordialità ci intrattiene con interessanti considerazioni. NSC: Passando a volo d’uccello su questa 65. edizione della Mostra, in generale si ha l’impressione che Mueller, costretto dall’assenza della Major piegata dallo sciopero degli sceneggiatori e dalla feroce concorrenza di Cannes e Toronto, abbia scelto la strada ardua di film innovativi e impopolari, puntando su Asia e Africa, documentari e retrospettive anziché rispettare la tradizionale separazione fra sezioni. Ci sembra così che temi, soggetti, atmosfere caratterizzanti un tempo la Settimana della Critica abbiano ormai invaso anche la sezione principale, quella dei film in concorso. Condivide questa analisi? A.D.G.: No. A parte la considerazione che non si sono visti film innovativi nella sezione principale. Sostanzialmente dei registi della S.I.C. si è assistito a opere interessanti, registi che hanno voglia di raccontare e di emergere. NSC: Disagio, desolazione, riscatto nel mondo contadino (vedi L’apprendista del francese Samuel Collardey), mutamenti radicali nella famiglia (Il Cetriolo del cinese Zhou Yaowu), lo sguardo ironico sulla vecchiaia (Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio), il potere distorto della Televisione (Vendi! del malesiano Yeo Joon Han) sembrano i comuni denominatori delle opere presentate dalla Settimana della Critica. A.D.G.: Essi raccontano le loro esperienze, ciò che vedono nel mondo: attorno non c’è tanta allegria. La ricerca personale per lo più è tormentata, anche se ci sono eccezioni come avete costatato voi prima. NSC: Uno dei meriti della vostra rassegna è quello di dare spazio a giovani emergenti. Segue le vicende professionali di questi esordienti? E’ stata la Settimana trampolino di lancio verso il successo ? A.D.G.: La S.I.C. ha lanciato registi che hanno conquistato perfino Il Leone d’oro e premi internazionali. E’ sempre stata una fucina di scorperte di autentici talenti. Vedi Mike Leigh, Kechiche, Peter Mullan, Stefano Magro e molti altri. NSC: La donna del lago di Molaioli presente nella Settimana la scorsa edizione ha vinto numerosi premi, ha conosciuto successo di pubblico e critica. Ritiene che quest’anno possa ripetersi una così fausta scoperta? A.D.G.: Certo che si è ripetuta con Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio. Gli organizzatori sono stati costretti a proporre quattro proiezioni e nemmeno queste sono bastate per accontentare le richieste del pubblico. Proiezioni seguite con grande entusiasmo. Ora il film viene proiettato nelle sale pubbliche con grande successo di botteghino. E’ una pellicola che guarda alla terza età con esuberanza amorosa e ironica. Ciò dimostra che la S.I.C. è stata molto attenta a scegliere il meglio del cinema italiano. Un’opera dunque riuscitissima, un evento che il pubblico ha apprezzato con entusiasmo NSC: L’apprendista del francese Samuel Collardey però è uscito vincitore... A.D.G.: Ogni giuria ha il proprio metro di giudizio e va rispettato. La vittoria di Collardey amplia il raggio della bontà dei film rappresentati nella S.I.C. Questo lavoro poi è un inno al recupero degli affetti più puri e intimi che ogni figlio si attende. In più si assiste a un crescendo, delicato e profondo, nella disamina interiore di un adolescente. NSC: Qualcuno dei film presentati avrebbe secondo lei meritato la sezione principale dei film in concorso? A.D.G.: Ciò non ha importanza. Siamo contenti di averli inseriti nella S.I.C. Essi dimostrano il lavoro rigoroso portato avanti dalla Commissione selezionatrice. Questo è il premio migliore per noi. NSC: Le è mai nata la voglia di cimentarsi con la macchina da presa? A.D.G.: La voglia c’è stata ma per piccole cose. Per impegnarsi più seriamente ci vuole tempo e denaro. NSC: Non le pare eccessivo l’amore di Mueller per i film asiatici? Ne conosce le motivazioni? A.D.G.: Mueller è un appassionato della cinematografia cinese e asiatica in generale. E’ più che umano amare una certa area culturale. Rispettiamo le sue scelte. Qualche film asiatico in meno tuttavia sarebbe stato preferibile. NSC: Perché lei ha scelto di commentare, sul catalogo della Settimana della Critica, i film Huanggua – Cetriolo di Yaowu e quello della norvegese Eva Sorhaug Lonsj? Attratto da qualche affinità culturale o pura curiosità? A.D.G.: Huanggua del cinese Zhou Yaowu è un film stilisticamente rigoroso e impegnativo. Dimostra uno sguardo maturo nella scelta dei tempi e nelle inquadrature, oltre all’attualità del contenuto. In Lonsj mi ha colpito il modo di raccontare la commedia, ribaltando la visione che si ha dei popoli del Nord. Non sono quelli che possiedono tutte le perfezioni. Anche tra loro c’è cattiveria, ci sono i bari e i cinici. Pur funzionando socialmente bene, nel privato esce il male di vivere. Il regista ha scavato nell’ animo umano in maniera profonda.
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