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"STABAT MATER" DI TIZIANO SCARPAViolentemente vivadi Marianna Sassano “Lo Stabat Mater è un inno cristiano, scritto forse da Jacopone da Todi, tra i più musicati della storia: ne hanno fatto una loro versione, per esempio, Pergolesi, Schubert, Rossini. Vivaldi stesso lo musicò creando una delle sue opere più belle. È come se, nel mio piccolo, avessi voluto musicarlo anche io, ma con le parole”.
Così Tiziano Scarpa, interrogato, introduce la lettura del suo Stabat Mater, visto e ascoltato all’interno della rassegna Mirano Oltre 2009. Le parole prima dell’inizio rischiano di distrarre il pubblico che – per volere dell’autore – è seduto all’interno del teatro comunale e non all’aperto, come invece per gli altri appuntamenti della rassegna; ma il testo richiede concentrazione. Perciò, dopo le parole introduttive, ancora qualche minuto di buio e di silenzio, solo una lampadina accesa sul leggio, e tutto può cominciare. Non delude le aspettative, Scarpa. Il pubblico - arrivato in parte per effetto del Premio Strega appena conquistato proprio con Stabat Mater, edito da Einaudi, in parte per ammirazione verso uno degli scrittori veneziani più apprezzati - viene risucchiato nelle avventure di Cecilia, e don Giulio, e don Antonio, e delle suore, e delle calli di nebbia e dei canali di sangue della Venezia del Settecento. Un coinvolgimento tangibile in una platea che non fiata, aiutata da una storia solo per pochi istanti docile, a tratti misteriosa, a tratti pagana. Una storia intimamente violenta perché violento è l’abbandono, tema centrale del testo, e perché profonda e inconsolabile è la tristezza insinuata nel profondo di un cuore. L’autore si accolla nella voce e nel volto le angosce e l’ingenuità di una bambina cresciuta a Venezia in un orfanotrofio: qui Cecilia suona il violino, ma solo perché le viene imposto di suonare. E la consolazione non arriverà dalla musica nemmeno quando il maestro compositore dello spitale sarà don Antonio, proprio quel don Antonio, quello coi capelli rossi. Passaggi inaspettati, dal sapore quasi onirico, si alternano a confessioni di adolescente, a paure nuove e segrete, a descrizioni di una Venezia persa nel tempo, luogo di sofferenza e mistero, ma anche di abbraccio. Le parole di Scarpa, unite alla sua voce interpretante – ora morbida, ora incandescente - e alle musiche di Vivaldi che regolano il termostato dell’emozione e della suspance, creando un micromondo chiuso, lontano. Il risultato: intatto l’impatto di un romanzo che supera con rara destrezza la non facile prova della lettura scenica.
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