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Concorso "SÜT (MILK)" di SEMIH KAPLANOGLUYusuf diventa grandedi Ada Guglielmino Yusuf, appena diplomato, scrive poesie e alcuni suoi componimenti vengono pubblicati da riviste specializzate. Vive in campagna e aiuta la madre Zehra, ancora giovane e avvenente, a vendere latte. L’inizio di una relazione di Zehra con il capostazione della città segna per Yusuf l’abbandono della giovinezza e l’ingresso nell’età adulta, con tutto il bagaglio di responsabilità e scelte che la vita impone.
Un uomo scrive in primo piano. Sullo sfondo appaiono due uomini e una donna. La donna viene appesa a testa in giù, a un albero, sospesa su un pentolone fumante. L’uomo butta nel liquido in ebollizione un foglietto. Dalla bocca della donna esce con una certa fatica un serpente. Inizia così il primo film turco in concorso a Venezia dal 1991. Süt (Milk) di Semih Kaplanoglu - uno dei rappresentanti della “nuova onda” di cineasti turchi - è il secondo capitolo della trilogia “a flashback” iniziata con Yusuf quarantenne in Yumurta (Egg), che proseguirà con la terza parte, Bal (Honey), sull’infanzia del protagonista. Che cosa c’entri questa sequenza iniziale con il prosieguo del film rimane un dubbio che attanaglierà lo spettatore per gli eterni 102 minuti di proiezione. Il serpente appare altre volte nel corso della storia del giovane Yusuf, diciottenne aspirante poeta che vive in Anatolia e, per campare (male), vende con la madre Zehra, donna bellissima e molto attraente, il latte prodotto da tre smunte mucche. E quale significato abbia la reiterata presenza di uno degli animali più ricchi di simbolismi nella storia dell’umanità, nemmeno il regista ha saputo spiegarlo ad una precisa domanda rivoltagli durante la conferenza stampa. È la metafisica, bellezza! Le suggestive immagini girate in Anatolia e i bravi interpreti Melih Selçuk e Başak Köklükaya (attrice che ha lavorato anche con Ferzan Ozpetek) non bastano a fare di questo film l’opera d’arte che aspira a essere, soprattutto quando la storia appare come un pretesto e la noia acchiappa chi in sala resta in trepidante attesa che sullo schermo accada un qualsivoglia evento. I dialoghi scarni e lentissimi, nei quali tra la domanda e la risposta c’è tempo per un sonnelllino, esprimono secondo il regista "il tempo come materiale grezzo del cinema contemporaneo"; le storie sospese dei protagonisti, al di là delle interpretazioni che si possono dare – sospese come la Turchia tra Oriente e Occidente, sospese come il giovane che deve scegliere, sospese come l’eterno conflitto tra tradizione e modernità - restano quello che sono, storie incompiute. Se il cinema, per essere arte, deve essere criptico, metafisico e noioso, allora Süt è decisamente arte. Però l’arte non dovrebbe suscitare emozioni? E non potrebbe essere anche gradevole? Storie complesse non si possono raccontare anche senza indurre lo spettatore a implorare la comparsa dei titoli di coda? Titolo originale: Süt Nazione: Turchia, Francia, Germania Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 102’ Regia: Semih Kaplanoglu Cast: Melih Selcuk, Basak Koklukaya Data di uscita: Venezia 2008
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