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Sandokan o la fine dell’avventuraDa venerdì 12 marzo 2010, Nuovo Teatro Nuovo di NapoliComunicato stampa pubblicato venerdì 12 marzo 2010 In scena un’irresistibile rivisitazione della celebre storia del pirata della Malesia, con echi shakespeariani e un’interpretazione assolutamente originale
Da venerdì 12 a domenica 14 marzo 2010 - Napoli, Nuovo Teatro Nuovo I Sacchi di Sabbia/Compagnia Sandro Lombardi in collaborazione con Teatro Sant’Andrea di Pisa, La Città del Teatro, Armunia Festival Costa degli Etruschi presentano Sandokan o la fine dell’avventura liberamente tratto da “Le Tigri di Mompracem” di Emilio Salgari scrittura scenica Giovanni Guerrieri con la collaborazione di Giulia Gallo e Giulia Solano con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Giulia Solano tecnica Federico Polacci - costumi Luisa Pucci - regia Giovanni Guerrieri Durata della rappresentazione 60’ circa, senza intervallo Sarà Il Teatro Nuovo di Napoli a ospitare, venerdì 12 marzo 2010 alle ore 21.00 (in replica fino a domenica 14), il primo debutto partenopeo della Compagnia I Sacchi di Sabbia che, in coproduzione con la Compagnia Sandro Lombardi, presenterà il suo ultimo ed apprezzato spettacolo Sandokan o la fine dell’avventura, liberamente tratto da “Le Tigri di Mompracem” di Emilio Salgari. Scritto da Giovanni Guerrieri con la collaborazione di Giulia Gallo e Giulia Solano, tutti e tre anche in scena con Gabriele Carli ed Enzo Illiano, Sandokan o la fine dell’avventura racconta in modo irrituale, con intelligente ironia, divertita sapienza e quel pizzico di follia tipici della cifra artistica della compagnia, le avventure dell’eroe salgariano, sempre pronto a combattere per difendere quello in cui crede e a sacrificarsi per i suoi compagni-tigrotti. Il racconto si affaccia alla mente degli spettatori, per poi esplodere con una frenesia folle che contagia. La cucina è casa di Sandokan, nave dei pirati, villa di Lord Guillonk, foresta malese, spiaggia di Mompracem. Fedele all’ideale di un ironico esotismo quotidiano lo spettacolo, attraverso la ‘rifunzionalizzazione’ di semplici oggetti d’uso, è un elogio all’immaginazione, che rischia di naufragare nel blob superficiale dei nostri tempi e, al tempo stesso, una satira di costume. Piccoli uomini e i loro grandi sogni si scontrano in un gioco scenico buffo ed elementare. Il rigore e la perfezione dei tempi portano i quattro interpreti all’interno di un meccanismo a orologeria, dove anche il pubblico più impegnato e intellettualmente più ricercato e contenuto, non può fare a meno di abbandonarsi alla meravigliosa follia che anima gli attori. I Sacchi di Sabbia affrontano le avventure del pirata della Malesia in una messa in scena originale e comica, a tratti irresistibile. Una ricetta fatta d’ingredienti semplici, che si combinano per dare forma a uno spettacolo eccentrico, divertente e intelligente. I Sacchi di Sabbia sono un gruppo tosco-napoletano di “Comici dell’Arte”, formatosi a Pisa nel 1995. Debuttano nel 1996 con Riccardo III, Buckinghàm e a’ malafemmena, uno spettacolo che inaugura il percorso delle rivisitazioni shakespiriane, presentato al Festival Internazione di Santarcangelo. Nel luglio 1998 nasce lo studio su Faust, Pauperis oratorium Christi, primo traguardo di un ‘indagine sul sacro, alla luce di uno sguardo disincantato e ironico, segnalato dalla critica del progetto Eti “Il debutto di Amleto”, con la seguente motivazione: “Per la misurata ironia e l’equilibrio degli attori nella riappropriazione di un immaginario popolare in bilico tra sacro e profano”. Nel 2001 I Sacchi di Sabbia iniziano un percorso sulla sottrazione della parola. Il primo lavoro, Orfeo. Il respiro, presentato al Festival di Santarcangelo, riceve una nomination al Premio UBU 2003 “per il loro intrecci di ironia, storia e metafisica". L’indagine sulla “gravità fisica e metafisica del quotidiano si completerà con Tràgos, nel 2004, un lavoro che consegna definitivamente la compagnia al successo di critica e pubblico su scala nazionale. Nel 2006, Turma Infantium Suite, co-prodotto dalla Fondazione Pontedera Teatro, ritorna alla semplicità di una storia dall’accento sacro e di grande suggestione, una salmodia per immagini e voci. 1939, del 2007, avvia una seria riflessione sull’agire nel presente, sulle sue declinazioni, sulla sua goffaggine. E’ un lavoro sull’impossibilità di rappresentare la grande Storia, un’avventura antifascista dai toni tragici e grotteschi. Sandokan o la fine dell’Avventura, l’ultimo lavoro della compagnia, ne segue le tracce in un percorso che si articolerà su un triennio. La Compagnia nel 2008 ha ricevuto un Premio UBU Speciale con la seguente motivazione: "I Sacchi di Sabbia, per il complesso di un’attività caratterizzata dalla vivacità di una scrittura condotta con freschezza creativa e irridente, giunta con Sandokan o la fine dell’avventura a un nuovo capitolo di una ricerca sincera, lunga e appassionata". Estratti dalla rassegna stampa GLI ULTIMI FUOCHI DI SANDOKAN “..si ride anche ex-novo con Giovanni Guerrieri e i suoi Sacchi di Sabbia, alle prese col nuovo Sandokan o la fine dell’avventura, dove la Tigre della Malesia coi suoi prodi, memore di una storica messa in scena di Aldo Trionfo, rivive i suoi ultimi attacchi imperialisti e la passione per la Perla di Labuan, senza mai alzarsi dal tavolo di cucina ingombro di carote e verdure, armati di scope tra furori all’insalata con pomodori in capo in un’atmosfera alla cipolla." Franco Quadri, La Repubblica, 9 giugno 2008 A CASTROVILLARI IL TEATRO FA ANCORA PRIMAVERA “...Alla toscana di Amunia con Sandokan o la Fine dell’Avventura, collaboarazione tra I Sacchi di Sabbia e la Compagnia Lombardi-Tiezzi, dove la storia della tigre della Malesia è raccontata affettando ortaggi sul tavolo di cucina, con effetti alla Rodrigo Garcia.” Renato Nicolini, l’Unità, 16 giugno 2008 LA TIGRE DELLA MALESIA (IN CUCINA) “A Roberto Latini, che conoscevo, ho chiesto quale fosse stata la sua esperienza come assistente di Luca Ronconi, una o due estati fa. «No, non proprio assistente. Diciamo che ero un osservatore: ai suoi corsi estivi e per giovani attori e registi». Ma mentre Latini raccontava, diceva di che straordinario interprete dei testi sia Ronconi, ma anche di come sia simpatico romano ricco di «romanate» (termine che, in quanto romano io stesso, credo di capire; non so se chiaro sia agli altri), mentre il giovane regista procedeva nel suo racconto, senza enfasi alcuna, senza i fanatismi, positivi o negativi, che entrano in scena quando si parla di Ronconi, osservavo Giovanni Guerrieri, il protagonista della serata al festival Armunia. Anche lui regista, non sapevo - come è ovvio - che faccia avesse. Rispetto ai tanti registi di cui leggiamo il nome, di quanti sappiamo che faccia hanno? Loro intransitiva proprietà è di nascondersi, o di non apparire, meglio ancora di non esibirsi. A volte si diventa registi avendo cominciato come attori. Poi, immagino, ci si accorge che non è quella la propria vocazione. Si ha, semmai, la vocazione opposta, di essere al riparo e di lasciare che si esibisca il mondo. Meglio ancora: di sistemare a modo proprio la pessima esibizione del mondo. Nell’ intimo di ogni regista c’ è una volontà di potenza, che l’ arte attenua, affina, insomma sublima. In Giovanni Guerrieri, di cui non conoscevo che la voce al telefono e del quale avevo visto Casa d’ altri, mi colpiva che con la sua compagnia - I Sacchi di Sabbia - fosse anche attore. Attore e regista, un tutt’ altro tipo della specie umana o artistica. Guerrieri aveva appena finito di recitare nel suo Sandokan o La fine dell’ Avventura, era lì, ad un piccolo convegno, con i suoi compagni d’ impresa e con la sua Marianna, cioè sua moglie Giulia Gallo. Era lì, con i suoi capelli a ventaglio e i suoi copiosi baffi da pirata, arrembante e sfrontatissimo, ma era lì anche con la sua dolcezza, la sua timidezza di trentenne. Latini, benché di poco più grande (mi sembra) era, nei suoi racconti e giudizi, sereno senza timidezze; Guerrieri appariva altrettanto sereno, ma in quanto a mostra di sé, i lavori erano chiusi. Un conto è sulla scena; un conto la vita di tutti i giorni. Voglia di esibizione, nessuna. Volontà di potenza, poca, in fuga, debellata un minuto prima. Del resto, lo si era capito durante il beffardo spettacolo. Che razza di Tigre di Mompracem avevamo visto? Che Re del Mare era apparso davanti ai nostri occhi? E di che eroica stoffa erano i suoi tigrotti? L’ unica a rimanere fedele a sé, era Marianna, la Perla di Labuan. Umbratile nella vita e nell’ arte ma padrona di se stessa. In Sandokan, a guidare i lavori, in cucina, intorno all’ umile e rettangolare tavola, era lei. Lei tagliava i sedani, lei arrotava le carote, lei tritava le cipolle, poi distribuiva i viveri agli affamati avventurieri, avidi di gesta impossibili e memorabili. Yanez, come Don Chisciotte, si metteva una pentola in testa. Sandokan sfoggiava il suo grembiule rosso, pronto ad assorbire non si sa se il sangue o il sugo di pomodoro. Tutti gli altri lanciavano le loro urla di guerra. Ma anche questi ultimi, in cucina, offrivano alacre contributo con zucchine, con rape, con lattuga. «Sopperite alla nostra insufficienza - dicevano - con la vostra immaginazione. Fate di un uomo, mille uomini; createvi, di fantasia, un poderoso esercito. Sarà il vostro pensiero a vestire d’ armi i nostri guerrieri». Franco Cordelli, Il Corriere della Sera, 13 luglio 2008 I FESTIVAL DELL’ESTATE “Intelligente e divertente il Sandokan o la Fine dell’Avventura presentato da I Sacchi di Sabbia. Le avventure dell’eroe salariano sono traspsote in un contesto quotidiano e domestico per cui ortaggi e utensili da cucina, defunzionalizzati e risemantizzati, si trasformano i armi e paesaggi esostici, in un clima fantastico e surreale in cui stranianti silenzi alla Beckett si alterano ad azioni conciate da “comica finale”, mantenendo sempre un ritmo sostenuto ed ottimamente concertato.” Simone Soriani, Liberazione, 13 luglio 2008 STASERA TUTTI A CENA CON SANDOKAN “Un tavolo da cucina con sopra molti ortaggi e qualche attrezzo, taglieri, grattugi, pentole e, impegnati a tritare, sminuzzare, sezionare sedani, patate, erbe aromatiche e via dicendo, quattro non cuochi ma ragazzi qualunque, tre maschi e una femmina, non più studenti, forse, ma mettiamo, giovani impegnati in un momento di relax. Mentre costoro si adoperano nell’attività collettiva con fervore e con discreta coordinazione, passandosi gli ingredienti, buttandoli nel recipiente comune, eccetera, recitano una sintesi del romanzo Le Tigri di Mompracem di Emilio Salgari: dicono le descrizioni, pronunciano battute dei dialoghi, impersonano, anche, sinteticamente, i vari personaggi i cui nomi una volta non erano estranei a nessun italiano che da bambino avesse avuto tra le mani questo o un altro romanzo della saga: Sandokan, Yanez, Marianna detta la Perla di Labuan, il rajah bianco James Brooke, il dottor kirby, i fidi Sambiglion e Giro Batol...Infiammati da una prosa che non lesina gioielli dal valore inestimabile, costumi esotici dallo sfarzo inimmaginabile, battaglie cruente fino all’inverosimile, i quattro in certi momenti si esaltano fino a bombardarsi vicendevolmente di legumi o a gettare in aria il macinato producendo piogge che alludono ai cannoneggiamenti; si camuffano anche, per brevi istanti: un rondello di carota diventa il monocolo di un notabile, un’oliera metallica la pipa di un altro, una casseruola sul capo, naturalmente, un elmetto. Movimentati da piccole gustose trovate, come i combattenti di varie razze fatti con stecchini infilati dentro pomodori, ravanelli, zucchine e anche da un paio di interventi esterni (passa a un certo punto un fantaccino britannico, unico in costume, che esce senza aver detto niente), i circa 60 minuti di questo Sandokan o la Fine dell’Avventura scorrono assai piacevolmente. Si, la trovata del riduttore del testo Giovanni Guerrieri, anche interprete con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Enzo Illiano e Giulia Solano – è il gruppo pisano de I Sacchi di Sabbia, attivo ormai da diversi anni – può sembrare scontata. Mettere a contrasto l’infiammata fantasia di una piccolissima borghesia con il grigiore della sua vera esistenza quotidiana si è già fatto ed è facile, si sa, far ridere mettiamo, recitando i versi dei libretti verdiani come se fossero prosa parlata tutti i giorni; si è persino allestito il sublime Wagner in un pacioso arredamento biedermeier che ne contraddiceva implicitamente gli slanci onirici. Tuttavia, a parte che neanche il nostro Salgari era poi così ingenuo – vedi la scelta ad eroe di un folle terzomondista, mentre i cattivi sono gli imperialisti inglesi dalla preponderanza tecnologica e perfino, improbabilmente, numerica -, l’operazione dei quattro interpreti (più una collaboratrice esterna) è, oltre che ironica, affettuosa, il sorriso non degenera mai nella beffa, né sabota l’ascolto della pur sempre affascinante lingua del Nostro, così impudica nel non negarsi alcun tipo di iperbole.” Masolino d’Amico, La Stampa, 10 agosto 2008 SANDOKAN O LA FINE DELLA AVVENTURA Nell’immaginario collettivo di una certa generazione, la scena in cui Kabir Bedi-Sandokan salta e con il coltello kriss taglia la pancia alla tigre di fronte agli occhi incantati della Perla di Labuan è indimenticabile. Così come la sigla firmata dagli Oliver Onions, al secolo Guido e Maurizio De Angelis, rimarrà per sempre nella memoria: basta un piccolo accenno per far scattare il coro entusiasta. Il fatto è che quello sceneggiato Tv, diretto con mano sicura da Sergio Sollima nel 1974, accese la fantasia di tutti, in particolare di chi, come il sottoscritto, veleggiava fiero verso i dieci anni. La stessa magia che il maestro Emilio Salgari, genio indiscusso delle lettere, sapeva infondere con i suoi romanzi d’avventura , tornava infatti quasi rafforzata nello splendore del colore televisivo e nei volti di Bedi, Carole André, Adolfo Celi (cattivissimo) e Philippe Leroy (indimenticabile Yanez). Il povero Salgari, è noto, non fece mai viaggi tra i pirati delle Malesia o nei Caraibi del Corsaro nero. Tra Verona, Torino e Genova visse un’esistenza grigia, oppresso da debiti e depressioni fino a che non riuscì a suicidarsi. Ma tra il salotto e la camera da letto, tra la cucina e una passeggiata, inventava, sognava, scriveva alcuni tra i più bei romanzi che in troppi si ostinano a considerare per ragazzi. Proprio alle suggestioni di Sandokan hanno attinto i pisani Sacchi di Sabbia per dar vita ad uno "spettacolo da camera" di grande ironia. Se Aldo Trionfo, nel 1970, aveva scelto un salottino primi Novecento, tra panni da stirare e numerosa prole da accudire per raccontare gli ardori della Tigre di Mompracem, la "camera" adottata nell’allestimento dei Sacchi di Sabbia è, più o meno, una cucina: attorno ad un tavolo si raccolgono i quattro personaggi che, indossato il grembiule, iniziano a raccontare-vivere le intricate gesta del pirata malese. Perno dell’azione è l’ortaggio, in tutte le sue declinazioni: carote-soldatini, sedani-foresta, pomodori rosso sangue, patate-bombe, prezzemolo ornamentale. E poi cucchiai di legno come spade, grattugie come cannoni, una bacinella piena d’acqua per il mare del Borneo, scottex per cannocchiali, e ancora sacchetti di carta, coltellini, tritatutto... Il racconto si affaccia alla mente degli spettatori, per poi esplodere con una frenesia folle che contagia. Il gruppo, che si definisce tosco-napoletano, dal suo esordio gioca impunemente tutte le carte della commedia, e trova in Giovanni Guerrieri uno stralunato alfiere, qui un Sandokan donchisciottesco che forse non crede a quel che fa. Accanto a lui, Giulia Gallo si muta da mesta narratrice in una Perla di Labuan che è un’erinni nevrotica, mentre Gabriele Carli ed Enzo Illiano si alternano nei mille altri personaggi della vicenda. E allora si ride alle invenzioni continue e surreali, in un gioco che riattiva ricordi e nostalgie. Il problema, semmai - e lo facevano notare alcuni spettatori - e che le "nuove generazioni" hanno dimenticano non solo Salgari, ma anche Kabir Bedi e lo sceneggiato, con buona pace di Sandokan e dei suoi tigrotti. Il rischio, quindi, è che il gioco della memoria funzioni a metà, che la madeleine della Tigre di Mompracem non evochi nulla: in questi anni accelerati, futili e violenti, Salgari è finito in soffitta, insieme - povero lui - a tremori d’amore di Liala. La questione certo non deve preoccupare gli attori in scena, che per quanto decisamente efficaci, dovranno piuttosto limare gli snodi di narrazione, un po’ sottotono e meccanici. Visto nell’ambito di Short Theatr3, al Teatro India di Roma, questo Sandokan o la fine della avventura ha riscosso caloroso successo. Andrea Porcheddu, Delteatro, 16 settembre 2008 “O il divertente Sandokan dei Sacchi di Sabbia che raccontano Salgari attorno a un talovo da cucina, facendo strage di ortaggi tra pomodori strizzati fino a sanguinare e battaglie a colpi di carote affettate a raffica (c’era magnificamente passato Aldo Trionfo da quelle parti, i tigrotti della Malesia e la perla di Labuan, ma chi se ne ricorda più ormai.)” Gianni Manzella, Il Manifesto, 21 settembre 2008 SANDOKAN, EPICA DA MINESTRONE Ci sono quattro amici attorno a un tavolo, una ragazza e tre uomini, e ci sono tutti gli ingredienti per fare un minestrone in compagnia: patate, zucchine, cipolle, carote, pomodori. Eppure non si dibatte su quante prese di sale da gettare, ma dell’isola di Labuan e della bella Marianna, che attende senza saperlo l’arrivo di Sandokan, la tigre della Malesia. I quattro sono i pisani Sacchi di Sabbia, e Sadoka è il nuovo lavoro che ha debuttato al festival primavera dei teatri di Castrovillari. In una scena spoglia, la scommessa si risolve in una domanda, già da sé esilarante: può un pomodoro trasfigurarsi nella donna amata da Sandokan, causa delle sue peripezie? Può, eccome. Eccoci dunque ai preparativi per la battaglia, con i tigrotti fedeli compagni interpretati da patate con gambe di stuzzicadenti, allineate sul tavolo prima dell’assalto. Ecco la festa in casa del padre di Marianna, in cui i quattro discutono sgranocchiando sedani, prima di lanciarsi nella nota battuta alla tigre nascondendosi dietro una “fitta vegetazione” (una foglia di cavolo per ciascuno); arriviamo infine, dopo il matrimonio fra la bella e Sandokan, allo scioglimento tragico di un’epica da minestrone: Marianna è colpita, e il pomodoro rimane schiacciato in una mano. I Sacchi di Sabbia utilizzano parole come “quotidiano” e “evasione” con disinvoltura apparente, portandoci in realtà a sostare sempre nel raffinatissimo limite di un doppio racconto: da un lato la saga salgariana, che ripercorre il romanzo e lo sceneggiato per la Tv diretto da Sergio Sollima nel 1976, dall’altro l’irresistibile e continua invenzione comica, una sorta di iperbole della sottrazione in cui uno spicchio d’aglio è un soldato inglese catturato e le torture arrivano con lo spremiaglio alzato l cielo. Una furiosa battaglia navale sta tutta dentro una ciotola per l’insalata colma d’acqua, con residui vegetali galleggianti e pezzi di carote sputate come dardi. Cento e oltre anni dopo Salgari, Sandokan dei Sacchi di Sabbia ci ricorda che evadere significa credere nell’immaginazione per restituirle un valore, attraverso nuove e impensate immagini in fuga dal consumo dei nostri anni. Lorenzo Donati, Hystrio n°3, 2008 Di divertente e studiatissimo spessore “Sandokan o la fine dell’avventura” dei Sacchi di Sabbia esilarante messa in scena per attori e verdura de “Le Tigri di Mompracen”in cui cinque attori “rileggono “,interpretandolo con studiata noncuranza, il famoso romanzo di Salgari su un tavolo da cucina attraverso un meccanismo perfetto in cui la verdura non è solo divertente accompagnamento ma protagonista significante. Lo spettacolo dunque gustoso in tutti i sensi è stato giustamente ricompensato dal favore del pubblico Mario Bianchi, Eolo 2008 Sandokan o la fine dell’avventura Napoli, Nuovo Teatro Nuovo - dal 12 al 14 marzo 2010 Info e prenotazioni al numero 0814976267 botteghino@nuovoteatronuovo.it Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.00 (domenica)
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