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Sanremo 2009: la serata finaleLa forza di Maria: Marco Carta vince il 59° Festival della Canzone Italiana.di Andrea Vesentini Luca è tornato gay. Questa è l’ultima notizia che ci giunge dall’allegra cittadina ligure, felice capitale della musica che non c’è. Visti i risultati del festival, il povero Luca ha pensato bene di scappare dalla sua allegra famigliola da pubblicità di merendine, rincorrere un altro tipo di gaiezza e risprofondare nei tenebrosi meandri del peccato omosessuale, come l’alcolista che riscopre la bottiglia di vino dopo l’ennesima delusione o una moderna Anna Karenina che si tuffa sconsolata sotto il primo treno. L’omosessualità è certo condizione tragica e da rifuggire, ma Marco Carta, Sal da Vinci, Povia sono troppo per il già provato cuore di Luca, che passerà altre drammatiche notti gay di sesso senz’amore con l’anziano uomo che l’aveva iniziato all’omofilia – che ora ha novant’anni e vive in un ospizio per vecchietti gay dove si fa fisioterapia al ritmo di YMCA – magari, perché no, ascoltando l’ultima canzone di Marco Carta, tanto per farsi ancora più del male. La forza di Maria, questo dunque il titolo della canzone vincitrice. Il diverso titolo proposto al festival è solo una maschera dietro cui si celano i lunghi tentacoli della conduttrice Mediaset, espansisi fino al palco dell’Ariston dove tuttora stazionano le sue salde ventose. La forza mia sarà, perché no, la nuova sigla del programma defilippiano, o l’inno della nuova Italia creata dalla sacra famiglia dell’auditel una volta che avrà conquistato anche il Quirinale. L’unico rammarico è stato non vedere Costanzo al dopofestival, se non altro per fare tombola completa. Quel che più fa pensare, però, è che a decidere non è stato Bonolis, né Maria, santa protettrice dei giovani in cerca di facile ed effimera notorietà, bensì l’Italia. Non proprio l’Italia, se vogliamo dirla tutta, ma un pubblico che di musica sa poco o nulla, e utilizza gli inframmezzi musicali del festival per espletare le funzioni fisiologiche o chiamare la suocera in attesa del prossimo siparietto televisivo. La musica italiana consiste quindi in una sigla pomeridiana, un motivetto omofobo degno nella Santa Inquisizione e nell’ennesimo tormento(ne) di D’Alessio? Ci sembra di no, ma se così fosse, Luca è già pronto a scendere ancora più in basso nei meandri delle sue perversioni e darsi al sesso animale; per ora si limita a correre per la città con una tutina rosa e la bandiera dell’arcobaleno, senza godere le vere gioie della più maschia virilità. Uno spiraglio di speranza lo rappresentano le nuove proposte, in cui risiede la vera novità ed il poco valore musicale di questa cinquantanovesima edizione di Sanremo che, se ha avuto un merito aldilà dei trionfi dell’auditel (che nulla hanno a che vedere con le sette note), è stato proprio quella di dare ampio spazio alle giovani voci. E nella stessa scia ritroviamo anche il premio della critica “Mia Martini” agli Afterhours, che hanno rispolverato la patina opaca di un festival che passerà probabilmente alla storia della televisione più che a quella della musica: auguriamo alla loro canzone, e a quella di molte nuove proposte piene di talento, ogni successo. Chissà; magari vedendo che la buona musica esiste ancora, e passa da Sanremo, Luca uscirà da questa nuova depressione, riuscirà a redimersi e tornerà a casa, pronto a fare altrettanti bei bambini tutti maschi e tutti felici, a cui insegnerà a ruttare a fine pasto, giocare a baseball e a non ascoltare musica, nel timore che possano mettersi a ballare durante l’ascolto. Sanremo ci lascia qui, dobbiamo dire, senza alcun rimpianto, ma con l’unica speranza che ora sia chi compra dischi a determinare, davvero, qual è la nuova musica italiana.
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