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Sanremo 2011 - Quarta e Quinta SerataTrionfa Roberto Vecchioni con “Chiamami ancora amore”. Per i giovani, vince il jazz di Raphael Gualazzi. Ritratto di un festival che finalmente ha saputo calarsi nella realtà.di Andrea Vesentini “Questa maledetta notte dovrà pur finire, perché la riempiremo noi da qui di musica e di parole” canta giustamennte la voce di Roberto Vecchioni, mentre già un altro festival è passato e la signora Mariuccia è già pronta a lucidare a nuovo il palco dell’Ariston. Un festival sui generis, indubbiamente, per una serie di imprevedibili coincidenze: l’attenzione mediatica quest’anno è stata inevitabilmente catalizzata da lidi ben lontani dalla costa ligure, mentre il placido Mediterraneo che bagna la cittadina dei fiori si è ormai trasformato in un mare di fuoco, teatro di sogni e speranze che hanno poco a che vedere con quelle dei vari cantanti in gara. Un festival particolare perché quest’anno è stato condotto da un cantante con la C maiuscola, nel tentativo di portare la musica al centro dell’attenzione. E il merito del festival-Morandi è stato questo: salvo il lungo intervento di Benigni, giustificato dalle celebrazioni dell’Unità, la musica quest’anno non si è fatta rubare la scena. Impresa difficile, visto lo scarso livello delle canzoni in gara.
Un festival sui generis anche per i bravissimi Luca e Paolo, vera anima di questa edizione, che sono finalmente riusciti a riavvicinare il pubblico delle ultime generazioni ad un evento che viene ormai visto come appannaggio di veterani di guerra e assidue frequentatrici del circolo della tombola. A differenza dei molti comici che si sono fatti intimorire dai riflettori dell’Ariston e hanno ammorbidito le loro lame taglienti con copiosa vaselina, il duo delle Iene ha saputo difendere la loro reputazione e credibilità professionale. Uno dei momenti da ricordare è lo sbotto di Luca contro l’ossessione bipartisan dei vertici Rai, che cerca di trasformare la satira in una noiosa tribuna politica limitando le idee dei comici e riducendoli a sterili enunciatori di innocue barzellette. E sui generis è anche la vittoria di Roberto Vecchioni, prevedibile anche grazie alla sapiente scivolata di un esponente di Rai Trade, che ha visto bene di informarci anzitempo su chi guidava la classifica. Come se il ministro dell’Interno entrasse in un seggio elettorale durante le votazioni e svuotasse allegramente le urne, usando le schede per creare variopinti aeroplanini di carta. È una fortunata coincidenza che uno dei più apprezzati cantautori italiani vinca il festival nell’anno dell’Unità, quasi a rivendicare l’importanza della tradizione e della storia musicale del nostro paese, in controtendenza alla dittatura defilippiana che da qualche anno guidava le scelte del pubblico televotante. Una piccola rivoluzione democratica anche questa, se vogliamo. Chi poteva pronosticarlo, visto il prototipo dell’utilizzatore medio del televoto, che oscilla tra la Moccia-girl la cui canzone preferita è la sigla iniziale di Uomini e Donne e la sorda vecchina che ascolta il festival a decibel improponibili e ripete all’attonita badante “Beh, com’è bello Morandi…ah, ma come Modugno non ce n’è”? Il secondo posto al duo Modà-Emma e il terzo ad Al Bano riflettono proprio queste ultime due categorie. Prevedibili come la pioggia che il meteo aveva anticipato per il weekend, ma va riconosciuto che le possibili alternative si contavano sulle dita di un’anguilla. Poche novità anche tra i giovani, quest’anno. Ma un vincitore, meritato, che forse non brilla per originalità ma si è rivelato come valido interprete: Rapahel Gualazzi. La sua Follia d’Amore è un ottimo brano, anche questo sulla scia della tradizione, ma una tradizione ben diversa a quella a cui si rifà Vecchioni: il jazz. Una sintesi di quello che è l’Italia, sospesa fra il suo patrimonio artistico-culturale ma sempre aperta a forti influenze straniere, soprattutto nel panorama discografico. Due cantautori salgono sui gradini più alti del podio, evento che ormai avviene sempre più di rado, rivendicando la centralità del ruolo autoriale. Un ottima conclusione, viste le desolanti premesse. L’istantanea che meglio inquadra questo Sanremo è forse l’apertura della serata finale, con Gianni Morandi che ripercorre i vecchi tempi con il collega Massimo Ranieri, chitarra alla mano, cantando come due amici ad una festa le canzoni dei loro anni d’oro. Un’immagine familiare ma che ben sintetizza come i vincitori di quest’anno riconcilino vecchie e nuove generazioni, novità e tradizione, pubblico e critica (entrambi si sono aggiudicati, oltre alla vittoria, il Premio della Critica "Mia Martini"). È su questo ricordo che ci piace chiudere la sessantinesima edizione del festival, e sulle parole della canzone vincitrice. Gli eventi che in queste settimane hanno scosso il mondo arabo, e le proteste che in misura minore hanno agitato anche quest’Italia sempre più divisa in scapito alla conclamata unità, fanno suonare il brano di Vecchioni ancora più attuale. Una canzone “per tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero”. Grazie a Morandi, a Vecchioni, a Luca e Paolo, per un istante abbiamo pensato che Sanremo fosse davvero un angolo di questo mondo, e non un universo parallelo che scompare in una remota galassia appena spento il televisore.
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