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"Six Feet Under": i protagonisti si presentanoFisher & Co.di Erminio Fischetti La sceneggiatura di Six Feet Under è interessante, in particolar modo, per la presa con la quale ritrae e scandaglia i suoi personaggi principali. Sfumature dettagliate di psicologie complesse. Alan Ball, creatore e realizzatore della serie, sente ognuno di loro come flussi in costante evoluzione. I protagonisti sono bellissimi esempi di vita vissuta e di inequivocabile voglia di dimenarsi e allontanarsi da una quotidianità restrittiva soffocante. Nate (Peter Krause) sembra, fra tutti loro, quello che non vuole prendersi responsabilità, deciso a vivere un’esistenza il più libera e anticonvenzionale possibile. In realtà, man mano che il racconto va avanti, il personaggio appare come quello che desidera, più degli altri, pace ed equilibrio. Il resto della famiglia, invece, si rivelerà sempre più predisposto verso interrogativi e nuove esperienze di vita. David (Micheal C. Hall), il secondogenito, omosessuale, all’inizio della storia non ancora dichiarato, ha una relazione complessa e complicata con l’afroamericano Keith Charles. Il giovane, come sua madre, ha rinnegato le sue aspirazioni per occuparsi di cose che non lo interessano allo scopo di fare la cosa giusta, anche se in fondo non ne ha nessuna voglia. La sua natura ribelle è ben celata dall’impenetrabilità apparente del suo carattere. Si ritrova a vivere un’esistenza che crede non appartenergli, ma le scoperte che compie, col passare degli anni, lo portano ad una sorprendente verità. Quello di Ruth (Frances Conroy) è forse il ritratto di madre più bello e complesso che la fiction nordamericana abbia mai creato, proprio perché si capisce che, oltre ad essere madre, Ruth avrebbe potuto essere tante altre cose. La donna, sposatasi prematuramente perché rimasta incinta di Nate, comprende lentamente che il suo matrimonio non è mai stato ciò che ha realmente desiderato e che in fondo non era portata per quella vita di moglie accondiscendente che ha portato avanti negli oltre trenta anni del matrimonio con Nathaniel Senior (Richard Jenkins), morto nell’episodio pilota e la cui dipartita crea i meccanismi dirompenti per l’evoluzione di tutti loro. Ruth tende a sentirsi eternamente in colpa per gli sbagli che ha commesso o che crede di aver commesso, dal tradimento verso il marito, consumato in passato, al rapporto complicato che ha con i figli, specie con la più giovane, Claire (Lauren Ambrose), la quale è un’adolescente in perenne crisi di identità e alla ricerca di se stessa. E poi c’è Brenda (Rachel Griffiths). Brenda Chenowith, che ha alle spalle una famiglia ancora più fuori di testa di quella di Nate. L’uomo la incontra nel volo che lo porta a casa per le vacanze di Natale da Seattle, luogo dove vive e lavora, fino a Los Angeles. Nello stanzino dell’aeroporto i due consumano un fugace rapporto sessuale. La cosa finirebbe li se il giovane non ricevesse la notizia che suo padre è morto e quindi non c’è nessuno che può passare a prenderlo. Lei, così, gli offre un passaggio e da qui comincia la loro relazione, a dir poco tormentata, fatta di odio, recriminazione, astio, accuse. Pazza, nevrotica, confusa, Brenda è la donna che mai bisognerebbe incontrare lungo il proprio cammino affettivo. Logorerebbe anche la pazienza di un santo, come si suole dire, eppure allo stesso tempo è amabile, passionale, brillante, straordinaria sotto molti aspetti. Le sue ragioni di donna e di essere umano sono così ben scandagliate e analizzate da risultare comprensibili e condivisibili. Ma non è finita qui, sullo sfondo fanno la loro comparsa altrettante complesse storie di vita le cui scelte e i cui destini sono altrettanto tragicamente reali e tragicamente drammatici. Ci sono Federico (Freddy Rodriguez) e Vanessa, il restauratore delle salme e sua moglie, c’è Billy (Jeremy Sisto), il fratello schizofrenico di Brenda, e c’è Lisa, la futura moglie infelice di Nate, ma ci sono ancora tanti altri personaggi che completano una delle gallerie telefilmiche più interessanti della storia della televisione nordamericana.
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