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"THE SCREEN AT KAMCHANOD" di Songsak MongkolthongChi ha paura di andare al cinema?di Enrico Ruffato Nel 1991, su di uno schermo cinematografico montanto all’aperto, venne proiettato un film. E fin qui, niente di strano. Il fatto curioso fu che nessuno spettatore si presentò allo spettacolo. Verso la conclusione però un gruppo di persone si avvicinò, tutti guardarono il film e poi si dissolsero nel nulla. Diciassette anni dopo il dottor Yuth, ossessionato da questa storia, tenta di scoprirne il mistero. Come fare? Naturalmente, proiettando di nuovo il film.
Immaginate di poter vedere i fantasmi, come in un film dell’orrore. In che film sareste? Se li vedeste solo in un determinato luogo, sareste in La casa sulla scogliera; se li vedeste solo in determinate situazioni, sareste in Linea Mortale; Se li vedeste solo a seconda di una particolare situazione psicologica, sareste in Suspense. Se invece li vedeste sull’autobus, in cucina, in bagno, a fare la fila alla posta, in treno, in ufficio, a nuotare a rana alle Olimpiadi e anche seduti vicino a voi al cinema, allora sareste in un film come Lo schermo a Kamchanod. Dalla Thailandia arriva la pellicola più complicata e metafisica della giornata horror del Far East: una curiosa vertigine sensoriale ed esistenziale giocata su una ricerca attraverso il cinema, che ricorda le ossessioni di Spiral. Ma che tradisce presto le sue fonti e, quel che è peggio, le aspettative dello spettatore. Si dice che un buon film è tale se il finale è buono. Siamo d’accordo; un bel film con un brutto finale non è accettabile. Ma un film bruttino con un bel finale cos’è? Lo schermo a Kamchanod sembra spingerci a questa domanda. L’inizio è giocato sulla ricerca della pellicola misteriosa, sulla presenza di inquietanti pezzi del puzzle e su alcune affascinanti trovate (mentre i protagonisti guardano il film la prima volta, le poltrone del cinema si aprono accanto a loro, come a ospitare invisibili spettatori non attesi). Altrettanto intrigante il finale, complesso e che lascia spazio a varie interpretazioni. Ma nel mezzo, la noia. Dopo aver visto la pizza maledetta i personaggi iniziano ad avere visioni, e a percepire la presenza di fantasmi e spiriti, tutti ovviamente rappresentati nella migliore tradizione dell’ormai classico (perchè in sei anni sono arrivate decine di pellicole simili in Italia) cinema orientale: donne dai lunghi capelli neri, bambini demoniaci, vecchietti cattivi. E li vedono ovunque. E li vede, assieme a loro, anche lo spettatore. Fino alla nausea. Lo schermo a Kamchanod è un film senza il dono della sintesi. Ogni fantasma appare senza vergogna anche nelle situazioni più trite (da sotto il letto!). In più, sono tutti accompagnati da quel fastidioso suono "a sorpresa" che ci fa sobbalzare sulla sedia. Efficace, senza dubbio, ma lo spettatore si sente un po’ preso in giro quando succede per la dodicesima volta. Così, quando finalmente ci si libera di questa noiosa pratica, è troppo tardi. La supense è andata. E questo è un peccato, perchè ciò che avviene dopo è interessante e intelligente. Del resto del film dunque non ci resta più molto da apprezzare: una riflessione sul cinema nel cinema che viene presto lasciata cadere, qualche guizzo di sceneggiatura nel tratteggiare i rapporti fra i personaggi, una fotografia gelida e inquietante. Tutto questo non ci basta. Meglio The ring. Lo schermo a Kamchanod lo consigliamo a chi ha il singhiozzo. In quel caso funziona bene. Ma non a chi vuole avere paura. Regia: Songsak MONGKOLTHONG Anno: 2007 Durata: 98’ Stato: Thailand
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