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TORINO FILM FESTIVAL: An inconvenient situationIl Festival di Torino, prendendo come modello la Festa del Cinema di Roma, rischia di perdere le sue caratteristiche per trasformarsi in una manifestazione ad alto tasso mediatico e promozionale?di Giovanni Santoro Quanto accaduto negli ultimi mesi a Torino, al di là dei rancori personali e dello scontro generazionale tra Rondolino ed i suoi “figli” Barbera - Della Casa, che pur hanno caratterizzano in maniera determinante questa vicenda, ha messo in evidenza come ormai i metodi e le modalità di fare politica culturale in Italia siano definitivamente cambiati e come, con l’avvento della Festa del Cinema di Roma, siano cambiati i rapporti tra politica e festival cinematografici. Al centro dei dibattiti tra politica e festival non c’è più il cinema. La politica non ha (più) la volontà di portare avanti un discorso globale sul cinema, ma è interessata a promuovere e sostenere manifestazioni culturali e cinematografiche per ricevere un ritorno in termini di visibilità mediatica. Il dibattito che prevale oggi non riguarda il ruolo della promozione cinematografica in Italia, non ha come oggetto le mutazioni del linguaggio cinematografico, i cambiamenti delle modalità di fruizione, il rapporto con il pubblico, o la necessità di creare un sistema-cinema in Italia. L’interesse di chi dovrebbe avviare e alimentare un dibattito di questo tipo (assessori, politici, uomini di cultura, addetti ai lavori) si è spostato sulla rappresentazione simbolica del cinema, sul cinema inteso come luogo spettacolare, come specchio in cui la politica può autopromuoversi, come vetrina che permetta ai politici di arrivare al grande pubblico. Non sorprende più quindi, in un contesto che si regge su questo tipo di logiche, ad esempio, l’imminente tour promozionale del sindaco Veltroni a Los Angeles, accompagnato dalla responsabile della sezione Première della Festa del Cinema di Roma, Piera Detassis, con lo scopo di presentare la kermesse romana in una serie di meeting con le più grandi case di produzione cinematografica di Hollywood, tra cui Fox e Warner. In anni in cui il cinema sta cambiando pelle a grande velocità è comprensibile la necessità di ripensare il Festival di Torino (così come ogni altro festival) e di rinnovarlo per stare al passo con i tempi. Si può anche essere giustamente d’accordo con quella nuova idea di festival espressa di recente da Barbera, Della Casa e Moretti (tra le novità positive un "laboratorio permanente" per le opere prime e seconde, lungometraggi inediti in Italia ma presentati in altri paesi, uno ruolo importante nella produzione cinematografica attraverso un fondo regionale di finanziamento di 25 (!) milioni di euro), ma è il modo precipitoso con cui si è arrivati a dicembre alla nomina di Moretti e le successive polemiche durate un mese che lasciano sconcertati. Ora, a vicenda conclusa, si può affermare che è stato sbagliato il modo con cui è stata gestita la vicenda: accordi presi tra le parti senza coinvolgere chi di dovere, una nomina affrettata prima di risolvere le questioni interne, e molto altro hanno alimentato una querelle imbarazzante per molti protagonisti della vicenda. La nomina di Moretti è stata sicuramente una grande mossa mediatica (la questione di Torino, finché non è venuto fuori il nome di Moretti, era una cosa che non era mai uscita dalle pagine locali), ma avventata. Ed è un peccato, perchè Moretti doveva essere il punto d’arrivo di una politica di coesione, poteva essere la soluzione del problema, non un elemento conflittuale in una situazione già carica di tensioni. L’impressione è che tante verità (e tante bugie) sono note solo a Torino e negli uffici del festival. Sicuramente c’erano altre vie diverse da quelle di una figuraccia che a Torino ha investito un po’ tutti. Anziché enfatizzare (già durante l’ultima edizione del Festival!) eventuali carenze e sottolinearne la limitata ricaduta mediatica delle ultime edizioni, sarebbe stato più onesto e produttivo, sottolineare il successo delle ultime edizioni del Festival dirette dalla straordinaria coppia D’Agnolo Vallan – Turigliatto (che con una dignità d’altri tempi hanno declinato l’invito di Moretti di continuare a lavorare per il Festival), per poi lavorare per consolidarlo, invece di sprecare energie in battaglie controproducenti e sterili. Invece, la necessità di una maggiore visibilità mediatica, elemento che, dall’avvento della Festa del Cinema di Roma, pare essere diventato l’obiettivo primario di ogni manifestazione, è sembrata più volte solo un pretesto per creare, grazie ad una stampa “asservita” ai potenti della vicenda, una campagna di disinformazione per nascondere gli altri motivi del ribaltone. Da segnalare inoltre l’inopportuna chiusura improvvisa del forum sul sito del festival in un momento così delicato; mentre per conoscere un punto di vista differente sui fatti si può leggere sul sito di Sentieri Selvaggi la lunga ricostruzione degli avvenimenti dell’ormai ex presidente dell’Associazione Cinema Giovani, Gianni Rondolino. Sia ben chiaro, oggi più che mai, l’importanza della comunicazione non è in discussione. Per qualsiasi evento culturale (grande o piccolo che sia) è fondamentale una ricaduta mediatica, è fondamentale che se ne parli, altrimenti è anche inutile realizzarlo. Inoltre è altrettanto chiaro che, allo stato attuale, in Italia, è impossibile organizzare un grande festival senza finanziamenti degli enti pubblici. Ma se da un lato è doveroso per la politica indicare quali sono i criteri e gli obiettivi delle manifestazioni culturali finanziate con soldi pubblici (e le condizioni per realizzarle), è altrettanto evidente come, a partire dall’esperienza della Festa di Roma, si chieda, in cambio dei finanziamenti, la progettazione di manifestazioni che abbiano una grande visibilità mediatica. Cosa che, però, può essere in contrasto con una certa idea di festival attento alla ricerca, all’esplorazione e al cinema indipendente. Per questo la visibilità mediatica e il bisogno di apparire non devono essere lo scopo principale che deve spingere la politica a promuovere gli eventi culturali. Quanto sta accadendo tra politica e manifestazioni culturali non è sinonimo di ingerenza politica nei contenuti delle manifestazioni; ma questa visione dei festival come vetrina e palcoscenico da parte della politica è comunque rischiosa perchè porta avanti un modello culturale basato sull’idea di società dello spettacolo a discapito spesso di ricerca, dialogo, sperimentazione. Il rischio del Festival di Torino di allontanarsi da una certa idea di festival attento alla ricerca, alla qualità, al rigore, al cinema emergente, ora è maggiore: al direttore e al suo staff il dovere di rinnovare un festival, senza che i compromessi con la politica, interessata alla visibilità mediatica e autopromozionale, portino ad uno stravolgimento negativo del festival allontanandolo dalla sua gloriosa storia, riconosciuta tradizione e affermata identità. A Moretti e a tutto il suo staff (organizzatori, selezionatori e critici tra i migliori nel panorama italiano) il difficile, ma non impossibile, compito di coniugare quella qualità che ha contraddistinto da sempre il Torino Film Festival a quella ricaduta mediatica che viene imposta dall’alto.
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