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"That Lucky Old Sun" di Brian WilsonAlla ricerca del battito di Los Angelesdi Emanuele Rauco Essere riconosciuto come il più grande compositore di musica pop della storia deve essere un peso indifferente, specie se le ambizioni musicali e la fruibilità del prodotto devono convivere anche con l’età non più freschissima del soggetto in questione: che è Brian Wilson, 67enne losangelino, ex-leader dei Beach Boys, e che da anni cerca di risollevare un instabile condizione psicofisica con la musica.
Il suo ultimo lavoro discografico, a quattro anni di distanza dal precedente SMiLE, è diretto parente dello stile del suo gruppo, spogliato dalla vena più sperimentale e aderente al suono solare e felice che ha da sempre reso così goduriosa la sua musica: That Lucky Old Sun è uno degli album più sereni che si siano mai sentiti e una delle perle popolari che costituiscono la straordinaria corona di Wilson. Che realizza esplicitamente un lungo omaggio alla California e alla sua città natia, Los Angeles, raccontando canzone dopo canzone – con tanto di intermezzi parlato a legare il filo narrativo e separare gli atti del disco: attraverso la metaforica ricerca del “heart beat in L.A.”, Wilson viaggio lungo le sue terre osservando il sole, le ragazze, il mare, ma anche le interazioni culturali col vicino centro America e la follia della società californiana, in cui oltre all’amato surf , il cnema e gli attori ne costituiscono il folklore. Aperto da un ouverture che sarà anche il leit motiv del disco (al quale dà il titolo), il disco parte subito con Morning Beat, energico buongiorno alla propria giornata e alla propria terra, in cui le scelte melodiche e di arrangiamento (i coretti) segnano l’ispirazione quasi nostalgica di Wilson, che nella prima parte del disco sciorina una serie di piccoli gioielli che paiono quasi una summa della sua capacità artistica, come la gioiosa Good Kind of Love, la dolcissima Forever My Surfer Girl o la sorniona Live Let Live. Poi il disco si fa un po’ più complesso, più sfumato nei suoni, come a seguire la varietà del tema trattato: California Role è quasi vaudeville anni ’40 e sulla stessa folle scia si pone Oxygen to the Brain, mentre l’intensità della melodia wilsoniana è evidente in Midnights Another Day – il brano migliore dell’album – e nella conclusiva Southern California. Wilson scrive, suona, interpreta e produce un album che mostra una purezza d’intenti, una solidità esecutiva e una luminosità d’ispirazione che raramente si trovano nella musica contemporanea e benché la sua voce s’incrina per l’età e i brani non raggiungono le vette di alcune memorabili canzoni del celeberrimo gruppo di Wilson (come la banale Mexican Girl), sentire una tale esplosione di felicità musicale fa bene al cuore. Ed evidentemente fa bene anche alla testa del suo autore, esempio vivente di come la musica e il suo difficile rapporto tra semplice e complesso possano realmente aiutare a vivere la vita e ad affrontare ogni problema, più o meno grave.
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