“The Czech Peace” di Vít Klusák e Filip Remunda

La pace ceca

Forse ricorderete le polemiche sul sistema di basi radar antimissile che doveva essere istallato nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e che non faceva molto piacere a Putin e compagnia. Beh, poi è arrivato Obama e ha disdetto tutto nel giro di una notte, ma i cechi hanno fatto in tempo a girare un documentario sull’“affaire radar”.

Qualche anno fa in Repubblica Ceca e in diversi festival europei (compreso il Festival dei Popoli in Italia) fece scalpore e riscosse una notevole massa di consensi un geniale documentario chiamato Il sogno ceco. Si trattava di un’audace operazione di mistificazione commerciale, all’interno della quale due giovani filmmaker, Vít Klusák e Filip Remunda, diedero vita ad un’enorme campagna pubblicitaria studiata fin nei minimi particolari (poster multicolore e jingle compresi), per convincere la popolazione di Praga dell’imminente apertura di un gigantesco supermarket in cui si poteva trovare di tutto e a prezzi scontatissimi, con offerte che neanche il più pigro e refrattario cliente del mondo poteva trascurare. Il tutto finì con una classica e farsesca operazione “Potёmkin”, ovvero con la costruzione della sola facciata del finto ipermercato (che aveva il nome di “Sogno ceco” appunto), verso la quale orde di acquirenti si riversarono di corsa nel giorno dell’apertura ufficiale, per poi scoprire appena arrivati alle porte di cartone che era tutto un bluff. Bluff commerciale sì, ma verissima indagine su quello che appunto i cechi e altri paesi post-comunisti (erano i tempi in cui stavano per entrare nella Comunità Europea) sognano. Il sogno ceco, ovvero forse: abbiamo sofferto abbastanza, adesso vogliamo tutto, subito e (quasi) gratis?

Le reazioni furono contrastanti, come dimostra il rocambolesco finale del film (in parte reale, in parte recitato), con alcuni cittadini che, nella migliore tradizione umoristica boema, se ne tornarono a casa sorridenti e felici di aver fatto una passeggiata al sole; altri furono invece molto meno contenti di ritrovarsi oggetto di una beffa mediatica e passarono agli insulti. I due giovani registi dimostrarono, in breve, la fortissima leva economica e sociologica delle facili offerte del mondo capitalistico anche nel centro ed est Europa, e fra l’altro acquistarono una meritata fama per l’idea ambiziosa e per la sua ottima realizzazione professionale.

I due enfant terrible sono ora tornati con un nuovo tentativo di analisi sulla società del loro paese, anche se poco è rimasto dello stile e dell’approccio del loro esplosivo debutto. Il presente La pace ceca non è un’operazione di marketing fasullo, né una rischiosa provocazione ai danni dei loro concittadini, bensì una ricostruzione piuttosto impegnata sul “caso radar”. Ovvero su come la società ceca si sia spaccata in due tronconi fortemente contrapposti in merito all’idea se permettere o meno a una nuova armata straniera (non più i russi ora, bensì gli americani di Bush jr.) di istallarsi per benino e chissà per quanti anni con basi militari nel proprio paese, con annessa forte incidenza non solo sui rapporti diretti con la Russia putiniana, ma anche probabilmente sul delicato ecosistema della zona prescelta, la catena montuosa dei Brdy, al centro della Repubblica Ceca. Le basi americane ce le abbiamo disseminate per mezza Italia, e sappiamo anche noi cosa esse significhino: qualcosa a metà fra una riconoscenza a lungo termine e un’occupazione in guanti bianchi.

Non più dunque una montatura metacinematografica sul sottile confine fra realtà e inganno sociologico, bensì una sorta di inchiesta alla Michael Moore o alla Morgan Spurlock di Supersize me, con notevole dose di ironia e situazioni involontariamente grottesche, ma senza l’insistenza ideologica o l’humour dichiarato dei registi a stelle e strisce. Anche qui si cerca di divertire provocando, o di informare attraverso un montaggio di vari approcci e situazioni curiose, ma il tutto avviene molto più in sordina, quasi come “in punta di piedi” e senza aggressività autoriale. Nel caso de La pace ceca sembra però a tratti mancare un piglio più sicuro che domini e strutturi meglio i materiali raccolti lungo tre anni (interviste, manifestazioni di protesta, trasferte in Inghilterra e USA, Casa Bianca compresa). Il succo della polemica insomma c’è tutto, ma forse manca ai due talentuosissimi giovani cechi una maggiore padronanza compositiva. Sicuramente continueranno a lavorare bene e miglioreranno ancora. Sono dettagli.
Purtroppo per chi, come chi scrive, ha un po’ seguito la causa negli anni, e soprattutto per gli spettatori che sanno già “come va a finire”, qua e là si presenta l’impressione del già visto, o per lo meno una strana sensazione di ritardo, come se si discutesse una questione già abbondantemente risolta. O meglio: la sensazione, rispetto alla irriverenza creativa e originale de Il sogno ceco, è che questa volta sia troppo facile identificarsi con una parte dello schieramento. Insomma, sì, è un po’ come fare un documentario sulle magagne e le porcherie di Berlusconi: se si ha la testa a posto, quelle cose si sanno già, e non si può che parteggiare per Sabina Guzzanti…

Vero è che Remunda e Klusák non sono né comici né pacifisti militanti, per cui non nascondono i lati comici o a volte grotteschi di alcuni attivisti antiradar, anch’essi un po’ troppo convinti delle loro ragioni e quasi imbarazzanti in certe loro iniziative. Certo, molto più imbarazzante risulta però il servilismo di alcuni politici cechi, prima fra tutte il Ministro della Difesa Parkanová, autrice ruffiana di una ridicola canzoncina a favore del radar che ricorda molto la propaganda dell’ottimismo sovietico, o la sciaguratezza delle lobby delle fabbriche di armi che ingaggiarono fra i businessmen cechi quelli più disponibili a compromettere qualsiasi idea di onore nazionale al profitto istantaneo; o ancora, si presenta la delicatissima questione del diritto alla protesta pacifica, tanto più in una nazione che fino a vent’anni fa vedeva intervenire la polizia comunista contro chiunque volesse disobbedire al regime…

L’imbarazzo è forse dunque la sensazione dominante: imbarazzo assoluto e raggelante per alcuni politici cechi, che per fortuna hanno finito di fare danni. Prepotenti, leccapiedi o a volte semplicemente speculatori economici (il tristemente famoso Topolánek, la ministra della difesa canterina Parkanová, alcuni pro-americani radicali come Vondra); l’imbarazzo per alcuni intellettuali cechi che si sono fatti trascinare dalle lobby dei mercanti di armi in poco spiegabili attività di sostegno al radar (il da poco defunto Ladislav Smoljak, altrimenti ottimo attore teatrale, o il poeta ex-dissidente anticomunista Jirous, comunque noto per le sue uscite non sempre razionali). A volte anche un po’ l’imbarazzo, o forse la non totale certezza dei due autori sull’angolo visuale, reale e metaforico, da occupare per l’osservazione delle accese polemiche pro e contro la base missilistica.

Quello che riescono forse a cogliere meglio i nostri due promettenti documentaristi è la totale attualità delle più scottanti questioni storiche per la maggioranza della popolazione ceca: ogni nuova questione socio-politica viene giustamente filtrata attraverso le brucianti esperienze dell’invasione nazista (quando Francia ed Inghilterra “tradirono” l’alleato cecoslovacco) o della lunga occupazione sovietica, che ha invece ovviamente alimentato in buona parte del popolo forti sentimenti pro-USA.
Storia e imbarazzo presente: Klusák e Remunda riescono dunque a trasmettere questo senso di “imbarazzo storico”, che si fonda sulla necessità di uno stato piccolo e non militarizzato di trovarsi il giusto posto e gli alleati più favorevoli. Può anche essere però che i due siano in fondo riusciti a prenderci in giro un’altra volta, come fecero con il loro finto supermarket. Non gliene frega niente del radar, l’importante era vedere come funziona (e se funziona) la democrazia, lo scambio di opinioni su un argomento scottante, la ricerca costruttiva di una soluzione. Purtroppo i buoni Vít e Filip devono constatare che dominano ancora gli stereotipi e le passioni irrazionali, e che nessuno è un santo disinteressato, neanche i più pacifici attivisti antiamericani.
Che sia impossibile (o forse troppo presto) per vedere realizzato il “Sogno” di una democrazia in centro Europa?