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"The Place" di Avi Coehn al Roma Fiction FestLa serie ambientata a Tel Aviv e vincitrice dell’Oscar israeliano.di Serena D’Urbano Le avventure, le ambizioni e gli amori dei giovani dipendenti di un piccolo ristorante di Tel Aviv e dei suoi curiosi avventori e clienti. Ogni episodio contiene diverse trame parallele, dalle storie auto-conclusive che si svolgono in 60’, tra una portata fumante e l’altra, agli intrighi più complessi, che si intrecciano con le vicende personali dello staff e si sviluppano lungo l’arco dell’intera serie.
La giovane Karen Glick è un’aspirante cantante. Amnon Glick è già un artista affermato. Lei non ha il coraggio di confessare al padre le proprie ambizioni, né vuole sfruttare il proprio cognome per farsi strada più velocemente nel mondo dello spettacolo. Anat è una ragazza come un’altra, ma nasconde un segreto sul proprio stato di salute e ha una storia tormentata con un uomo sposato. Oren ha da sempre una cotta per Anat e farà di tutto per conquistare il suo amore. Karen, Amnon, Anat e Oren sono solo alcuni dei protagonisti della miniserie israeliana The Place. Le vicende si svolgono in un ristorantino alla moda e molto frequentato di Tel Aviv. La sigla, come il resto della fiction, ricalca in parte uno stile americaneggiante: sulle note di Perhaps, Perhaps, Perhaps di Mari Wilson l’immagine di una vetrina opaca lascia intravedere ombre in movimento che si avvicendano all’interno del locale. La scelta dell’ambientazione è senz’altro felice: l’idea del ristorante quale luogo prediletto dell’azione - oltre a necessitare di budget non elevati, scenografie e costumi ridotti ai minimi termini - consente agli autori di analizzare dinamiche varie, complesse e trans-generazionali, mettendo in scena rapporti lavorativi (gli screzi tra i proprietari del ristorante e i loro sottoposti o ex-dipendenti e la solidarietà tra colleghi), familiari (la non facile relazione padre-figlia dei due protagonisti), sentimentale (l’amore inizialmente non corrisposto di Oren per Anat e quello pericoloso e illegittimo di Anat per un cliente sposato coinvolto in loschi affari). Sempre l’ambientazione porta a diegeticizzare una bella colonna sonora (la musica nel locale): alle vicende dei ristoratori e dei loro clienti fanno da sottofondo musicale brani che vanno dal già citato Perhaps, Perhaps, Perhaps a Perfect Day di Lou Reed. Interessante il meccanismo narrativo che svela progressivamente e con ironia (spesso attraverso scommesse e battute) le identità dei personaggi. Il pilota della serie A Star Is Not Born ruota attorno alla figura di un misterioso cliente che da diversi giorni siede allo stesso tavolo ordinando un hamburger che puntualmente non mangia, ma si limita ad osservare. Il giovane ex-ebreo ortodosso sa più cose della famiglia Glick di quanto essi stessi stentino ad immaginare… In To Read Lips, invece, Dario (ex aiuto-cuoco) viene costretto da alcuni loschi figuri ad introdursi nel ristorante con una pistola. L’obiettivo degli attentatori è un uomo seduto al tavolo con Anat e il suo amante. Tra misteri, segreti, pettegolezzi, delitti, incontri, scontri, litigi e amori contrastati, Avi Coehn - regista israeliano di numerose serie drammatiche e di taglienti spettacoli di satira nel suo paese - mette in scena, in uno spazio vitale decisamente compresso, una piccola soap che privilegia i dialoghi, le musiche, le inquadrature in dettaglio e gli eloquenti e continui scambi di sguardi tra i protagonisti per sottolineare l’evoluzione dei loro rapporti. Un prodotto curioso e frizzante, sceneggiato e girato con cura e che denota una certa vitalità, sconosciuta in Italia, da parte della televisione israeliana.
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