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Concorso "The Sparrow (Man Jeuk)" di Johnnie ToBorseggiatori da favoladi Nicola Cupperi Kei, insieme ai suoi tre “fratelli”, si guadagna da vivere, più che bene, facendo il borseggiatore. Negli ampi viali dell’opulenta Hong Kong, i quattro passerotti, il termine nello slang del porto profumato che indica i borseggiatori, scippano con grazia e precise coreografie i portafogli degli ignari passanti e turisti.
La vita non potrebbe andare meglio: si lavora poco, si guadagna molto e Kei ha tutto il tempo per dedicarsi al suo hobby, la fotografia. Con la sua vecchia macchina fotografica a pellicola gira Hong Kong fotografando, rigorosamente in bianco e nero, le bellezze dei suoi scorci caratteristici. Un giorno, in maniera apparentemente casuale, una splendida donna incrocia l’obiettivo di Kei, non lasciando per niente indifferente il fotografo. La stessa misteriosa, bellissima donna, circuisce anche gli altri tre membri della banda. Finchè non arriva il momento di mettere le carte in tavola: Chun Lei, questo il nome della donna del mistero, ha bisogno dell’aiuto dell’abile squadra di scippatori per rubare una chiave che per lei significa libertà. Per i quattro amici significa invece mettersi contro il ricco e potente Yen, il possessore della chiave; non sarà per niente una facile impresa. Johnnie To, a livello europeo, è stato scoperto dalla Berlinale che, nel 1999, lo invita a mostrare al pubblico del vecchio continente alcuni dei suoi migliori lavori nella sezione Forum. Il rapporto è perdurato e arriva fino ai giorni nostri; durante questi nove anni To è stato invitato più volte con i suoi lavori, presentati nelle sezioni Panorama e Fuori Concorso. Quest’anno il duraturo rapporto ha avuto un’altra svolta, dacchè i selezionatori hanno scelto per la prima volta di mettere un film del regista honkonghese nel Concorso ufficiale dei lungometraggi. Nel frattempo, però, To ha varcato anche le porte del concorso degli altri due maggiori Festival del Cinema europei, Cannes (Election, Triangle) e, soprattutto, Venezia (Throw Down, Exiled e Mad Detective). Come non segnalare, poi, che To quest’anno si è ritrovato a partecipare, nel giro di pochi mesi, alla corsa al premio principale a Venezia e a Berlino. Semmai dovessimo ritrovarlo, a maggio, in concorso anche a Cannes potremmo tranquillamente ascrivergli il dono dell’ubiquità. Il regista e produttore dell’ex dominion britannico sbarca a Berlino con un film dalle caratteristiche produttive singolari, cosa questa che sembra essere un fil rouge che attraversa la sua filmografia. The Sparrow, infatti, è stato girato in quattro anni, durante i ritagli di tempo lasciati dalle altre produzioni in corso, e non sono state poche. Inoltre la produzione della pellicola non è cominciata a partire da una sceneggiatura completa; soggetto alla mano, To convocava attori e crew, tutti amici e collaboratori di vecchia data, qualora avesse qualche ispirazione particolare su come portare avanti la storia del gruppo di borseggiatori capitanati da Kei. E così Simon Yam, la taiwanese Kelly Lin, Lam Suet, Lam Ka Tung, Kenneth Cheung, con tutto il resto del cast del film, si sono prestati a partecipare a questa produzione a singhiozzo i cui risultati, come andremo a spiegare, sono eccelsi. Johnnie To, lo si è detto davvero tante volte, è la prova vivente di una delle similitudini di cui più si abusa, ma il cui uso, nel suo caso, risulta obbligatorio: come il vino, infatti, To invecchiando continua a migliorare. Più o meno il processo sembra essere iniziato, pur con dei fisiologici alti e bassi (To realizza come minimo un film all’anno, che più spesso diventano due o tre), proprio nell’anno dell’esordio nella rassegna berlinese, il 1999. Quello infatti è l’anno di The Mission, vero e proprio prototipo del cinema di To. Da lì, essenzialmente vagando fra un numero finito di generi, To è andato in crescendo continuando a superare gli stessi limiti da lui stesso settati. Nel caso di The Sparrow siamo dalle parti della commedia allegra, piena di vita, sognante e sbarazzina che aveva come ultimo precedente Yesterday Once More. Se prendiamo, quindi, come limite da superare quello raggiunto da Yesterday Once More, ancora una volta possiamo affermare che To si è superato. La pellicola, incredibilmente, nonostante la lavorazione scostante mantiene un’unità e un’uniformità invidiabili. To sembra mettere in chiaro sin dalla prima scena le intenzioni quasi fiabesche del suo film. Tra l’altro la sequenza iniziale sembra essere un vago richiamo a Le Samourai, di Melville: un delinquente, solo nella sua camera da letto, si prepara a uscire sistemandosi gli abiti con la compagnia di un uccellino. Il tutto, però, virato in colori accesi, accompagnato e stemperato dal sorriso sereno di Simon Yam, contraltare perfetto all’impassibilità di Frank Costello/Alain Delon. Il film, quindi, si snoda attraverso una compattezza narrativa che non lascia intravedere nessuna smagliatura di sorta (non collassando nel finale, com’era stato nel caso di Yesterday Once More), e che viene accompagnata dall’usuale maestria tecnica di To. Che in questo caso sceglie di far vagare la macchina da presa come l’uccellino che dà il titolo al film. La fotografia opta per marchiare con colori distinti le varie sequenze del film, e dimostra la solita inventiva nella ricercatezza di obiettivi e lenti particolari. Come succede nei film meglio riusciti, poi, Johnnie To riesce anche a inserire qualche sequenza memorabile: la danza dello scippo performata dalla squadra dei quattro amici borseggiatori; la scena del corteggiamento tra Chun Lei e Kei; il momento in cui i quattro amici inseguono Chun Lei;e, naturalmente, la lunga scura piovosa sequenza finale, tutta al rallentatore, del duello fra Kei e Yen. Splendida la colonna sonora di Xavier Jamaux. Regia di Johnny To Con Simon Yam, Kelly Lin, Lam Ka Tung Genere Drammatico Produzione Hong Kong, Cina, 2007 Durata 87 minuti circa.
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