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The Tokyo Ballet omaggia Béjart a NapoliDanses grecques, Don Giovanni e Le Sacre du Pintemps nella cornice del Teatro San Carlodi Maria Rosaria Carifano L’ultimo evento del Napoli Teatro Festival 2010 porta la firma di Maurice Béjart, l’immenso, geniale coreografo, scomparso nel 2007. La compagnia giapponese The Tokyo Ballet, legata nel corso degli anni da un profondo rapporto di stima e amicizia con il Maestro, porta a Napoli, nell’appena restaurato Teatro di San Carlo, tre sue creazioni dall’imponente spettacolarità: Danses Grecques, Don Giovanni, Le Sacre du Printemps.
La sala è buia e il palco ancora da scoprire. Comincia a sentirsi rumore di onde in sottofondo, che diventa via via più intenso. Il sipario si alza lentamente, e dal pesante velluto che va scomparendo si ergono le delicate figure dei danzatori. Donne e uomini, dai fisici minuti e asciuttissimi, sono disposti nello spazio in apparente casualità: i lenti movimenti accompagnano il fruscio dell’acqua, all’unisono, ma non sono mai segnati dalla durezza. Le ragazze sono in body accademico e collant, pronte per una classe di danza; gli uomini mostrano i torsi nudi su pantaloni morbidi, ma non larghi; tutti sono in bianco o nero. La mancanza di colore, costumi barocchi e scenografie elaborate, sembra quasi entrare in conflitto con ciò che sta per accadere sulla scena: le Danze Greche richiamano il folklore di un popolo, con tutto il bagaglio immaginifico che di solito ne consegue. Ma è stata questa una precisa scelta stilistica di Béjart, convinto che la forza della danza sia anche e soprattutto riuscire a raccontare attraverso il movimento puro: si può mostrare l’idea di un’etnia, evocare un profumo caratteristico, proiettare lo spettatore in un luogo reale o immaginario ispirandosi ai passi folkloristici il meno possibile, per non far risultare la coreografia ripetitiva e noiosa. Le danze si susseguono, e sembrano scandire il passare dei momenti del giorno, dall’alba alla notte: i danzatori fondono i loro corpi con la musica, e ne marcano i tempi seguendo ora questo o quello strumento della partitura, creando giochi di gesti e suoni sempre diversi. Passi a due e pezzi corali si alternano, così come gli accoppiamenti cromatici di bianco e nero. I ragazzi accarezzano il pavimento a piedi nudi, le ragazze mostrano la bravura tecnica in punta. Leggero e veloce come un soffio di brezza marina, il tempo è scorso ed è giunta la fine: tutti in scena, a farsi di nuovo cullare dal mare. Lo sfondo azzurro accoglie il primo calar del sipario. Nella seconda parte, la scena si apre con un gruppo di ballerine in attesa di provare. Qualcuna accenna dei passi, altre chiacchierano, un’altra, in particolare, sta leggendo una storia, il Don Giovanni. Si ode una voce cantare suadente: “Là ci darem la mano…” ed ecco che tutte le danzatrici iniziano a sognare. Si “sfidano” tra loro, danzando per un immaginario Don Giovanni che esiste soltanto nei loro cuori di donne appassionate. Un silfide fa ogni tanto capolino dal suo mondo fatato, sorridendo alle giovani innamorate. Il pezzo è un omaggio all’amore, alla gioventù, alla freschezza sincera dei sentimenti puri, alla potenza dell’immaginazione di cui si nutre chi viene sedotto. La gioia nel danzare, l’amore incondizionato, palpabile sui volti delle fanciulle, sembra quasi nascondere l’estrema difficoltà dei passi e la precisione delle composizioni coreografiche: cade il luogo comune che vuole poco espressivi i danzatori orientali, che danno una grande prova di intensità. La musica scorre, le ragazze si mostrano una dopo l’altra, ma all’improvviso si bloccano. Sta entrando qualcuno: sarà lui, Don Giovanni! Che delusione, è soltanto il manovale del teatro che sta sistemando la scena… Don Giovanni è solo un’invenzione delle menti innamorate. Giù il sipario, pronti per l’ultima parte. Le Sacre du Printemps è una creazione che non può essere descritta fino in fondo con parole conosciute. È un’ode alla primavera, ma non ha nulla a che vedere con lo schiudersi dei timidi fiori o il volo delle rondini. È l’espressione della danza pura, del movimento dei corpi come strumenti generatori di vita, è l’esplosione dell’erotismo che passa attraverso le vibrazioni delle fibre muscolari, alla costante e fremente ricerca di appagamento delle pulsioni. Il Tokyo Ballet ricorda ai danzatori occidentali una grande lezione: danzare non è solo mostrare orgogliosi un’apertura di anche a 180° grandi (non che qui siano mancate), ma è riuscire ad emozionare con i movimenti, anche minimi, di ogni singola parte del corpo. Una contrazione addominale che sottolinea il battito delle viscerali note di Stravinskij emana spasmi anche tra gli spettatori, che in religioso silenzio non distolgono lo sguardo da ciò che accade sulla scena. La Primavera di Béjart (come del suo primo creatore Diaghilev) non è eterea e poetica: è materiale, violenta, istintuale. Sbocciare, assurgere a nuova vita, risvegliare la sessualità non può e non deve essere un passaggio indolore. Peccato che la pessima memoria selettiva occidentale non ricorderà mai degnamente i nomi di Naoyoshi Nagase, “l’eletto” , e di Mika Yoshioka, “l’eletta” , sublimi danzatori principali di una compagnia che vanta più di ottanta elementi e quasi cinquant’anni di storia, a dispetto di una fama mondiale arrivata clamorosamente in ritardo. The Tokyo Ballet: Danses grecques - Don Giovanni - Le sacre du printemps direttore generale TADATSUGU SASAKI - direttore artistico emerito MAURICE BEJART durata 2 ore ca. in collaborazione con ATER - ASSOCIAZIONE TEATRALE EMILIA ROMAGNA
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