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Festival del Film di Locarno: Concorso internazionale "The loneliest planet" di Julia LoktevTensione e ingannidi Rinaldo Vignati Due turisti, scortati da una guida locale, camminano tra le montagne della Georgia. Nel corso del viaggio qualcosa – non si sa bene cosa – forse cambia nella relazione tra di loro.
Si può dire che il cinema moderno nasce quando ci si rende conto e si accetta il fatto che un film non deve per forza raccontare accadimenti straordinari che portino a radicali cambiamenti nei personaggi. Anche una passeggiata che non porta da nessuna parte, che non provoca reali mutamenti, nel cinema “moderno”, può diventare un film. Un film, nel cinema moderno, può essere fatto tanto di “vuoti” quanto di “pieni”. The loneliest planet racconta di un trekking che non porta da nessuna parte, che forse fa cambiare i due turisti, o forse no. Alla fine, i due smontano la tenda e si apprestano a ripartire, tra i canti degli uccelli. Cosa è successo? La loro vita proseguirà come prima oppure no? Non lo sappiamo, possiamo fare solo delle supposizioni. Ma Julia Loktev punteggia questo trekking di momenti in cui sembra stia per succedere davvero qualcosa (ossia “qualcosa” nel senso classico del termine: qualcuno ammazzi qualcuno, qualcuno vada da qualche parte, ecc.). Per esempio, quando si imbattono in un uomo armato di fucile, con un ragazzo che punta il dito contro di loro pronunciando parole incomprensibili, non si può non pensare che il film si stia per aprire a sviluppi tipo Deliverance (Un tranquillo week-end di paura) e invece niente: l’uomo col fucile e i suoi ragazzi riprendono il cammino scomparendo dal film. Quando la guida e la donna si baciano sembrerebbe nuovamente che "qualcosa" debba succedere. E invece, ancora un volta, niente. Niente nel senso "classico", almeno. La chiave di lettura del film sembra allora venire dalla scena in cui la guida, che è un buontempone, dopo aver fatto assaggiare ai turisti i semi di una pianta trovata sul cammino, dice loro “tra due ore morirete” per poi aggiungere, di fronte alle loro espressioni preoccupate, che non è vero, si trattava solo di uno scherzo. Ecco, il film sembra voglia continuamente prendersi gioco dello spettatore allo stesso modo della guida coi turisti. Crea continuamente false partenze, falsi indizi di accadimenti esterni e, continuamente, li disattende. Tutto questo lascia una sensazione di un certo fastidio, quasi l’impressione di essere stati ingannati. È come se la regista, invece di riuscire a infondere tensione nella relazione in sé – nelle dinamiche e nelle geometrie fra i tre protagonisti (il contrasto tra il ricercarsi dei corpi dei due turisti nella prima parte e il loro allontanarsi nella seconda, ecc.) –, sentisse costantemente il bisogno di ravvivare l’attenzione col falso annuncio di accadimenti esterni che non si verificano. Questi falsi annunci hanno sempre un che di eccessivo. The loneliest planet sembra dunque, più che un film davvero compiuto e soddisfacente, un saggio di bravura registica un po’ fine a se stesso. La Loktev, pur con questa strategia di inganni, sa creare tensione, e – rivelando le sue origini da videoartista – sa giocare coi colori (il rosso dei capelli della protagonista e il verde dei prati sono i colori dominanti e li sa intrecciare in modo spesso suggestivo). Fossi un produttore la terrei d’occhio e magari le proporrei di lavorare su uno script più solido. The Loneliest Planet Stati Uniti, 2011, 113’ Regia: Julia Loktev Interpreti: Gael García Bernal, Hani Furstenberg, Bidzina Gujabidze
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