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Giffoni, 20 luglio Toni Servillo a Giffoni. Incontro con l’attorePassione-Studio-Faticadi Giovanna Barreca Dopo la prestigiosa vetrina di Cannes Toni Servillo ho accettato questa occasione pubblica perché voleva rapportarsi con i ragazzi: “Quello che mi ha mosso a venire qui è poter testimoniare a una platea giovane che un attore non è legato a termini astratti quali successo, visibilità, ma un attore è uno che a 18 anni in teatro con dei coetanei del liceo condivide una passione e per alimentarla studia approfondisce e fatica e tutto questo porta a risultati anche perché si decide di farlo nelle nostre terre. Forse il nostro lavoro che si svolge nella nostra città può essere per una platea di ragazzi, persone che si stanno formando, motivo di esempio e di testimonianza”.
Questo è quello che vuole fortemente affermare a conclusione di una conferenza stampa un po’ sofferta. A chi parlava di una Napoli finalmente libera dai rifiuti, Servillo ha consigliato di mantenere alta la coscienza e di amplificare l’informazione su certi problemi che sembrano risolti: “Un conto è vedere i salotti delle città pulite e un conto è vedere l’interland in che condizioni è. Va fatta una verifica”. Tornando ai due lavori presentati a Cannes dice poche cose ma molto precise: “Io sentivo la necessità e l’impegno civile di dover partecipare a Gomorra e ritenevo che Garrone avesse la capacità, con un linguaggio nuovo, di raccontare un cinema impegnato. Ha avuto il merito di informare ed emozionare contemporaneamente. Non sono gli artisti che devono risolvere i problemi ma amplificano la coscienza che di questi problemi c’è in un numero maggiore di pubblico. Questo è stato il grande merito del libro di Saviano e del film che ho interpreto”. E poi ammette che è imbarazzante quando lo straniero fa un’equazione diretta tra l’immagine di un Paese e un problema forte che sembra riassumerla completamente. “Quello è imbarazzante e non fa piacere ma io non sono sempre stato dell’avviso che “i panni sporchi vadano lavati a casa”, anche perché dall’altra parte sembrerebbe che l’idea vincente di un paese sia quella di un posto dove tutto va bene, non accade nulla. Invece la tradizione del nostro cinema è proprio quella che ha raccontato grandi momenti conflittuali dove un intero paese ha sentito il bisogno di un riscatto e l’ha fatto con la forza di un linguaggio. Questi film non fingevano di chiudere gli occhi su un problema importante, invece hanno aperto una finestra su quei problemi". Sul Il Divo: “Non ho guardato con un atteggiamento pernicioso alla figura del personaggio principale, io ho letto la sceneggiatura e poi ho creduto di dare un ritratto di un personaggio che era al centro di una scena politica che ha vissuto l’Italia dal ‘91 al ‘96 e su quello che ci è successo di piuttosto singolare per un paese. Mettere il pubblico nella condizione di poter riflettere su se stesso come spettatore di quella scena politica in un film che ha l’ambizione di guardare alla realtà e poi raccontarla in vari aspetti che declinano nel grottesco, nel civile, tragico e comico nello stile di Sorrentino. Nessun accanimento biografico e nessuna necessità di lavorare sul personaggio osservandolo così da vicino”. A chi lo vorrebbe finalmente interpretare un personaggio comico risponde: “In teatro ho avuto la fortuna di interpretare molti ruoli comici perché mie regie. Al cinema mi è capitato poco: L’uomo in più di Sorrentino forse aveva anche qualche nota comica o il piccolo personaggio di Lascia perdere Jonny di Bertivoglio presentato all’ultimo festival del cinema di Torino. E’ una cosa che un attore si augura per potersi rinnovare nelle sfide e nei generi per evitare le etichettature. Nel Goldoni ora interpreto un cicisbeo del ‘700 ed è bello che chi mi ha visto solo al cinema non riconosca lo stesso attore”. E poi ricorda come nell’arte della recitazione siano inutili i distinguo: “Ho avuto la fortuna per ragioni anagrafiche di vivere le audacie interpretative e figurative di Bob Wilson e gli ultimi anni di Eduardo, quelli della famiglia Maggio e il grande Berliner ensemble. Ho osservato queste diverse forze di teatro senza paraocchi o compartimenti stagni ma le ho messe in relazione: il fenomeno della poesia teatrale è complesso e può avere le forme più diverse. Capitalizzare queste sensazioni ti aiuta. Ne Il divo, nella difficoltà di interpretare un personaggio reale e vivente, poter far appello a una sorta di epicizzazione, a un meccanismo di straniamento di carattere brechtiano, è stato importante per evitare la perniciosità di un’interpretazione appiattita sull’elemento autobiografico.
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