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"Trilogia Nera" di Leo MaletLa vita è un lungo suicidiodi Elisa De Marchi Leo Malet, scrittore francese classe 1909, è noto soprattutto per la serie di romanzi legati all’investigatore Nestor Burma, indimenticabile personaggio che debutta nel 1943 (120, Rue de la Gare). I suoi gialli si sono guadagnati diverse trasposizioni cinematografiche e televisive; più recentemente, Burma è stato trasformato anche in fumetto dal disegnatore Jacques Tardi.
Nonostante il grande successo ottenuto da questa serie, Malet riteneva che il suo capolavoro fosse la Trilogia nera, un’opera assolutamente straordinaria, che ha riscritto e codificato il genere noir. La Trilogia si compone di tre racconti: La vita è uno schifo, Il sole non è per noi e Nodo alle budella, pubblicati insieme per la prima volta nel 1969. L’ispirazione per questo grande progetto gli viene dalla lettura di Boris Vian; è grazie a lui che Malet compie il definitivo salto di qualità, realizzando un’opera appassionata e visionaria, di grande complessità: come reagire quando colpevole e vittima sono la stessa persona? Come giudicare un carnefice che è anche martire? I personaggi della Trilogia sconvolgono per la loro ambiguità, sono oscuri e sibillini, ma è impossibile non amarli. Jean Fraiger, protagonista del romanzo La vita è uno schifo, è un giovane militante sindacale che rapina banche per sovvenzionare scioperi; ripudiato dal suo stesso partito, si ribella all’ingratitudine dei compagni, alla povertà cui è costretto, alla natura che si è dimostrata parsimoniosa e beffarda nei suoi confronti. Il sole non è per noi racconta le vicende di André Arnal, un orfano che, dopo gli squallori del carcere minorile, si scontra con la realtà ancora più feroce del mondo esterno: il sole illumina il benessere delle classi agiate, indifferente agli affanni di chi sopravvive nell’ombra (“il sole del buon Dio non brilla qui da noi/ha fin troppo da fare nei quartieri dei ricchi” aveva scritto anche Jacques Prévert, caro amico di Malet). La Trilogia si chiude con le disavventure di Paul Blondel, un truffatore ossessionato dalla propria vigliaccheria e da uno strano ometto grigio. Il caso porta i personaggi verso l’inesorabile rovina, calpestando i loro sforzi di aggrapparsi a una qualche forma di normalità. Non esiste alcuna possibilità di redenzione, né di giustizia; Malet non crede alla lotta sociale e alla forza di volontà: come un moderno Zola, forgia dei personaggi che sono predestinati, fin dalla prima pagina, al fallimento. Nella Trilogia si respira l’aria dei bassifondi e della provincia di inizio secolo; il pessimismo e la miseria distruggono ogni cosa, rivelando una Parigi segreta, lontana dagli itinerari turistici che tutti conosciamo. Spiccano numerosi riferimenti autobiografici, quali i temi del carcere, del vagabondaggio, dell’anarchia. Lo stile di Malet si caratterizza per un’indomabile vena surrealista, che lo stesso autore ha cercato invano di estirpare (nel 1945 partecipa all’Esposizione Surrealista di Bruxelles con l’amico René Magritte: non si libererà più di lui). Il pessimismo atavico di Malet penetra le pagine, in ogni riga il male è rappresentato come una costante inevitabile. All’uomo non resta che abbandonare speranze, illusioni e sogni, perché la realtà è fatta solo di incubi. Leo Malet, Trilogia nera, Roma, Fazi Editore, 2003, pp. 537, euro 19,50.
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