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"URLO" DI LORIS CONTARINI E ALFONSO SANSIMONE"Carretti pieni di cipolle e musica scassata"di Marianna Sassano “To beat”: battere. Uno-due, uno-due. Come un ritmo binario, come un richiamo. Il battito della musica è il battito della poesia, strana alchimia di incroci matematici: alla fine tutto torna, la battuta si spegne nel finale, e il suono tace.
In letteratura ci fu una generazione intera che cercò, incessabilmente, quel battito: a discapito di legami affettivi, equilibri mentali, salute fisica. Oggi Loris Contarini, con l’aiuto di Alfonso Sansimone e Maurizio Camardi, ne ripropone uno spaccato intenso, nella sua versione di Urlo: il celeberrimo componimento di Allen Ginsberg che turbò le coscienze, finì sotto processo per indecenza, vinse tutte le resistenze e si rivelò quasi un manifesto per la Beat Generation. Riproporre Urlo oggi può voler dire, innanzitutto, sentirlo attuale. La bellissima voce di Contarini, profonda, dotata di materia – in prima nazionale nelle cavità del Bastione Alicorno, al Festival Teatri delle Mura di Padova – si unisce, nella regia di Stefano Patarino, al suono della musica di Sansimone, quasi delle installazioni sonore, campionate, ipercontemporanee, che non sembrano conoscere errori: rullo-cassa, uno-due. Incalza, procede, non si arresta: il battito avanza, quasi beffardo. Mentre la voce e il suono si accompagnano in un saliscendi tra gli abissi della coscienza, in un continuo riaffiorare e sparire di paure-mostri-delusioni, le parole raccontano di una realtà che si vorrebbe dimenticata, o persino mai esistita. “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche trascinarsi per strade negre all’alba in cerca di droga rabbiosa...”. Un componimento che Ginsberg scrisse per Carl Solomon, incontrato in un istituto psichiatrico, nel 1955. Loris Contarini affronta le tre parti del componimento (la prima, magma indefinito di luoghi e situazioni al margine; la seconda, il grande “Moloch” made in USA, il simbolo orrifico del plasticoso sogno americano; la terza, più apertamente dedicata a Salomon e alle esperienze vissute nell’ospedale psichiatrico, chiusa con una disperata sfilza di presunte santità) facendo un uso “in coppia” di voce e gestualità. Le parole scivolano, e i piedi battono sul pavimento, tengono il ritmo, inseguono quel battito; le mani volteggiano timide, oppure si propagano in un’onda dinamica che coinvolge tutto il corpo e diventa movimento: la sedia non basta più, le gambe dondolano. Uno spettacolo che sa di reading, ma anche di performance, ma anche di messa in scena. Il contributo di Maurizio Camardi al sassofono amplifica la sensazione di dissonanza che viene dal testo e sottolinea il coinvolgimento fisico e verbale di Contarini. La cornice del Bastione, poi, sembra avvolgere come uno scrigno l’escusività di questa pazza, folle poesia, troppo cruda da credere vera, troppo vera da voler ammettere. Proiettati su una tenda di frange sottili (quasi metafora di una prigione dietro la quale si svolge la maggior parte dell’azione), i video e le fotografie propongono repertori storici capaci di recuperare la sensazione di realtà che il testo, così estremo, sembra quasi paradossalmente trasformare in immaginazione allucinata. Una prima nazionale, il 15 giugno 2008, che nel ripetersi delle repliche aggiusterà qualche piccola imperfezione– il sali scendi dell’intensità interpretativa a tratti si rivela ripetitivo – ma che ha saputo rendere in tutta la sua essenza la crudezza di un grido di dolore. L’Urlo è arrivato. "Urlo" di Allen Ginsberg regia Stefano Patarino con Loris Contarini e Alfonso Santimone (live electronics) e un’incursione sonora di Maurizio Camardi musiche originali Alfonso Santimone in collaborazione con Amistad Associazione Culturale
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