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Un giorno a Milano con Paolo Virzì per l’uscita di "La prima cosa bella""Un grande desiderio di riconciliazione, di fare pace"di Rinaldo Vignati Ho pedinato Paolo Virzì nella giornata milanese di presentazione del suo nuovo film La prima cosa bella: in mattinata conferenza stampa, nel pomeriggio lezione di cinema all’Anteo per rispondere alle domande di Paolo Mereghetti e del pubblico. Le cose da dire sarebbero molte: Virzì è persona di grande disponibilità, aperto alle critiche e dotato di non comune facondia. L’immagine di cordialità e di apertura verso il mondo che ispirano i suoi film, e quest’ultimo in particolare, sembrano pienamente confermati dalla figura del suo regista (che, per dire, confessa di “non provare avversione per i multiplex e per l’odore di popcorn” e di “provare simpatia umana per i centri commerciali”).
Venendo al film, durante la conferenza stampa, a una nostra domanda sulle perplessità suscitate dal finale (“quando uscirà il dvd vedremo finali alternativi?”) ha ammesso che sì, effettivamente, il copione iniziale prevedeva un finale diverso e che questo finale alternativo è stato in parte anche girato: “Bruno, dopo aver corteggiato a lungo questo farmaco che la mamma [malata terminale, ndr] gli aveva descritto come ‘una magia dolcissima che ti fa volare via’, si gode alla fine la sua dose, con un gran sorriso dolce, simile al finale di C’era una volta in America”. Ma se in fase di sceneggiatura si pensava che questa scena comunicasse “una specie di abbandono, un sollievo, una dolcezza, un languore”, in fase di ripresa emerge invece una percezione diversa, ossia che questa scena “si portava dietro altre cose: non il sollievo, ma addirittura un tentativo di suicidio… E non era quello il finale che volevamo”. È a quel punto che viene cercata un’altra conclusione. D’altra parte, a un rilievo sul fatto che il finale trovato possa essere troppo “risolutivo” e quindi “consolatorio”, Virzì risponde che in fondo Bruno “si butta in un mare agitato” e quindi chi lo sa se sia davvero un happy ending… La questione del finale è ripresa nella lezione di cinema dove diventa spunto per una riflessione di metodo: Virzì – che nasce come sceneggiatore – dice di arrivare alle riprese “con un progetto narrativo forte: sono uno di quelli che dicono ‘no all’improvvisazione, non lasciare nulla al caso’, ma c’è una porticina che va sempre lasciata aperta, perché il caso, il destino o il dio del cinema a volte ci riservano un regalo”. E in mattinata, durante la conferenza stampa, aveva dato alcuni esempi di come proprio una dea del cinema, Stefania Sandrelli, possa portare regali che arricchiscono un progetto narrativo: la scena in cui lei e Mastandrea sono in motorino nasce casualmente (ripresa da lontano, doveva essere solo un’inquadratura di raccordo: ma i due attori, microfonati “per eccesso di zelo”, danno vita a un dialogo improvvisato che è rimasto nel montaggio finale), così come sono improvvisate le (bellissime) battute di dialogo in cui, camminando tra i negozi del centro, la Sandrelli chiede a Mastandrea se abbia bisogno di “mutande o calzini”. Dunque la Sandrelli – “Di cui, come tutti, da piccino ero innamorato” dice il regista – è un po’ l’ispiratrice, sia perché il personaggio di Anna richiama tanti suoi personaggi (Io la conoscevo bene), sia per questa capacità di improvvisare e di sconvolgere le riprese (le parole che dicono di lei Mastandrea e la Pandolfi sembrano andare al di là dei rituali salamelecchi da conferenza stampa). Virzì indica poi in Giorgio Caproni, e in particolare nella sua raccolta Versi livornesi e nella “dolcezza aspra” della poesia alla mamma Anna, un altro ispiratore del film. Sottolineando come Caproni per definire Livorno usi gli aggettivi “fine” e “popolare”, il regista coglie l’occasione per dire che “questa storia non so vederla altrove che a Livorno”. Di questo film Virzì dice che “ha dentro un grande desiderio di riconciliazione, di fare pace”, ma “i film si portano dietro significati che i loro autori non sono in grado di padroneggiare del tutto”. Nel suo lavoro – dice – “il significato non è programmato: prevale la storia, l’elemento narrativo” e quali siano i significati de La prima cosa bella li sta scoprendo ora, a riprese terminate e nel contatto col pubblico.
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