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Utopia Matters. Dalle confraternite al Bauhaus.Presso la Fondazione Guggenheim a Veneziadi Saverio Simi De Burgis Oltre 70 opere, tra dipinti, sculture, disegni, oggetti di design, fotografie e stampe in mostra a Palazzo Venier dei Leoni.
Senza dubbio inusuale e intrigante il titolo dell’attuale rassegna allestita alla Guggenheim di Venezia. All’insegna del miraggio utopico sono nate le sfide più coinvolgenti nei vari settori, dalla religione alla filosofia, dalla poesia alla scienza, dalla musica alle arti figurative. L’attuale esposizione, da pochi giorni aperta al pubblico, affronta un arco temporale compreso tra la fine del Settecento fino a toccare gli sviluppi delle avanguardie degli inizi del ‘900. Effettivamente sin dal XVIII secolo si possono individuare quei germi insiti nella filosofia illuministica europea in merito alle concezioni, in un certo qual senso complementari e opposte, di classico e romantico, ancora categorie cardine degli sviluppi successivi. Tali manifestazioni si propagarono con maggiore evidenza in Gran Bretagna, in Francia e in Germania, ma anche in Italia e ancora nel Veneto, si pensi all’inusuale convergenza poetica di due artisti attivi in settori diversi, ma affini, come Canova e Foscolo, entrambi oscillanti tra il riferimento alla classicità, vedi il soggetto comune ai due de “Le Grazie” o la riflessione sul tema della morte “Dei Sepolcri” del poeta e i vari monumenti funebri realizzati dallo scultore. Se non fosse per il sottotitolo che ci riporta in carreggiata, a dire il vero saremmo fortemente tentati di rivedere, all’inizio del percorso espositivo, le opere di due tra gli autentici protagonisti dell’Utopia settecentesca, vale a dire i progetti non realizzati di due grandi precursori dell’architettura del ‘900 quali sono stati Boullée e Ledoux. L’esposizione, invece, procede per rapide ma preziose sintesi partendo dalle prime confraternite dei Primitivi e dei Nazareni che anticipano i ben più organizzati e strutturati Preraffaelliti e William Morris con la sua “Art & Craft”, un sogno in questo caso, grazie all’intelligente supporto teorico di John Ruskin, destinato a trasformarsi da irrealizzabile utopia in realtà e a prefigurare gli sviluppi dell’arte del periodo vittoriano fino all’esplosione in tutta Europa del gusto e delle esperienze sinestetiche e totalizzanti delle Secessioni. Inedita - per chi non ha occasione di frequentare più assiduamente le collezioni statunitensi – la possibilità di imbattersi nella comunità di artisti che decidono di risiedere nella colonia rurale di Cornish, nel New Hampshire. Nei dipinti in mostra di Thomas Wilmer Dewing, soprattutto in Estate del 1890 circa, è curioso riscontrare già l’influsso di Monet che in quegli anni iniziava a mietere i primi successi di vendita e maggiormente, nonostante il suo celato disappunto, proprio negli Stati Uniti. Un po’ scarna la stanzetta dedicata ai postimpressionisti che avrebbe potuto almeno accennare anche alla scuola di Pont-Aven e al suo indiscusso leader quale è stato un primitivo per eccellenza, il mitico Paul Gauguin. Riprende fiato l’ultima parte dell’esposizione con una rassegna che da De Stijl conduce fino al Bauhaus e al Costruttivismo russo, in cui gradatamente si profila il lento e determinante passaggio dalla realizzazione ancora artigianale alla produzione industriale e modulare del design e della nuova concezione architettonica. In tale ultima sezione sono molte le opere della stessa collezione permanente la cui contestualizzazione nel periodo in cui vennero espresse, ne consente una più adeguata rilettura. Collezione Peggy Guggenheim,701 Dorsoduro 30123 Venezia dal 30/4/10 al 25/7/10 a cura di Vivien Greene orario d’apertura: 10.00-18.00; chiuso il martedi’ ingresso: euro 12; euro 10 senior oltre i 65 anni; euro 7 studenti; gratuito 0- 10 anni; tel.: 041 2405411; Fax.: 0415206885
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