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Giornate degli Autori "Venkovsky ucitel (A Country Teacher)" di Bohdan SlamaDiario di un maestro di campagnadi Massimo Tria Un giovane insegnante lascia il suo posto e le sue certezze affettive in quel di Praga per ritrovarsi immerso nella campagna boema; lì prova ad instaurare un rapporto fruttuoso con giovani e colleghi dall’atteggiamento più passionale e schietto, ma il vero problema per l’insicuro docente consiste nel cercare di ritrovare e magari accettare se stesso e la propria omosessualità.
Il quarantunenne Bohdan Slama rappresenta con pochi altri (Vladimir Michalek e Sasa Gedeon sono i pochi nomi che ci vengono in mente al primo colpo) una qualità piuttosto rara nel cinema ceco d’oggi: l’introspezione e la ricerca spirituale; per chi non bazzicasse quegli schermi, sia detto che a Praga e dintorni si predilige da un lato un cinema d’evasione che spazia dalla commedia giovanilistica al film commerciale per le masse con moderati toni critici e di buona fattura professionale (Jan Hrebejk fra tutti), dall’altro un cinema d’autore eseguito dai grandi vecchi degli anni Sessanta con occasionali strascichi di originalità, mentre non è troppo diffusa la meditazione introspettiva o l’analisi approfondita sull’animo umano colto nel corso della sua fragile formazione e con la registrazione di increspature e minimi sommovimenti, come vediamo invece con successo in questo Maestro di campagna. In realtà il regista ceco Slama non è del tutto ignoto ai cinefili italiani, in quanto il suo Stesti (“felicità”, nella distribuzione italiana Qualcosa chiamato felicità, 2005) è stato in pratica l’ultimo film di quel paese a circolare doppiato, per quanto in sordina, nelle nostre sale: già lì, come nel precedente Divoke vcely (Api selvatiche, 2001) l’autore dimostrava di privilegiare toni introspettivi e mai urlati, figure crepuscolari ma non minimaliste che si muovono incerte al confine della civilizzazione urbana, per cercare poi incerte una risistemazione esistenziale lontano dagli agi e dal caos metropolitano. Qui Slama sviluppa alcune delle sue ispirazioni più felici in maniera ancora più compatta e sentita: il goffo e generoso maestro di scienze naturali si trova a fare una sorta di esercizio spirituale rurale alla ricerca di se stesso, ma più che le differenze comportamentali e culturali rispetto ai campagnoli del luogo, ciò che lo imbriglia è la scarsa accettazione di se stesso, della sua “secondarietà” rispetto alla madre, austera insegnate di successo, e della sua “alterità” sessuale. Non sono certo l’omosessualità o la timidezza da outsider, né tanto meno l’impostazione didattica antiaccademica o la carriera a rappresentare i suoi problemi, bensì la sua incapacità di vedersi ed accettarsi per quel che è, in toto. Il rifiuto della propria dimensione umana nei suoi vari aspetti lo porta a diventare involontario catalizzatore di sventure: il giovane che ha in custodia fugge da casa, i suoi nuovi colleghi e amici sono turbati dal suo modo di fare intellettuale ed apparentemente innaturale, mentre la sua missione di genuino e modesto diffusore di scienza e cultura è inficiata dalla progressiva incapacità di relazionarsi con gli altri. La struttura del film suggerisce, quasi come nei film d’azione (ma qui è un’azione mentale) in cui l’eroe è messo temporaneamente sotto scacco e pare doversi arrendere alla grandezza della missione, una parabola vitale dai ritmi alterni, dove la nuova e si spera più salda ascesa verso la consapevolezza e lo scambio sincero con il prossimo avviene proprio quando tutto sembra sull’orlo della catastrofe completa, ed è mediata dal riconoscimento della propria diversità (non solo sessuale), e della propria originalità assoluta, simboleggiata dal cavallo di battaglia del giovane insegnante presso i suoi alunni: trovare le piccole differenze nei gusci di lumaca apparentemente identici, ma fortunatamente e ostinatamente differenti. La ricerca del sé e di una propria sistemazione nel consesso umano è accompagnata da un’indagine interiore e a tratti esplicitamente religiosa che sorprende nella scena cinematografica di un paese che si vanta di essere il più ateo d’Europa. Slama fa crescere i personaggi senza imporli; ama il montaggio interno su una scena mobile e variegata di dettagli apparentemente insignificanti, piuttosto che ricorrere a facili soluzioni di montaggio classico; attinge al lato simbolico senza eccedere (sintomatica è la nascita del vitello, prima funestata dalla irresponsabilità dei personaggi, poi gloriosa nella sua riuscita rigenerante e rappacificante); magari non sempre domina totalmente la lunghezza delle scene, ma riesce a far dire quasi sempre le cose giuste ai propri attori. Per quel che riguarda appunto gli interpreti, una lode speciale va sicuramente a Pavel Liska (nel 1999 era al Lido con uno dei suoi primi ruoli a tuttotondo, ne Il ritorno dell’idiota), che ricordiamo impegnato blandamente in parti farsesche o a scimmiottare il tipico ragazzetto ceco di periferia, e che invece è venuto maturando in modo impressionante negli ultimi anni, grazie forse anche all’incontro fortunato con il regista che lo ha appena riportato alla Mostra. Il film piacerà sicuramente alla cultura associazionista e ai cattolici di sinistra, ma soprattutto, ma, ciò che più importa, dovrebbe esser visto e goduto con la sua lenta e ponderata crescita emozionale, da tutti coloro che non sono insensibili a un cinema umanistico che non ha bisogno di gridare come da noi fa l’incomprensibilmente osannato Ozpetek. Titolo originale: Venkovský ucitel Nazione: Repubblica Ceca, Germania, Francia Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 113’ Regia: Bohdan Sláma Cast: Pavel Liska, Zuzana Bydzovská, Ladislav Sedivý, Zuzana Kronerová, Miroslav Krobot, Marek Daniel, Tereza Vorísková Produzione: Negativ s.r.o. Data di uscita: Venezia 2008
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