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Vertigini narrative in "Lost" – parte IL’architettura cronologica della seriedi Riccardo Andretta - Serena D’Urbano
La struttura narrativa e l’architettura temporale in Lost sono senz’altro tra le più complesse che la storia della serialità televisiva ricordi. La frammentazione del racconto, gli incastri continui, i viaggi vorticosi nella memoria e le anticipazioni sul destino dei protagonisti, sempre in forma di suggestioni visive aperte e irrisolte, generano un movimento anarchico, mai unidirezionale e che si sottrae volontariamente a qualsiasi categorizzazione sistematica.
Casa dolce casa (4x13) ha inizio nel punto esatto in cui si chiudeva il precedente finale di stagione Attraverso lo specchio (3x22): la macchina di Kate fa rapidamente marcia indietro, rompendo la voragine del silenzio spalancatasi con le profetiche parole di Jack: “We have to go back, Kate. We’ve to go back”. Per la prima volta assistiamo al ricongiungersi di due frammenti, all’incastro perfetto tra due tasselli del puzzle, senza le consuete ellissi temporali con cui gli autori sono soliti creare dei buchi neri nell’epistemologia della serie. Ecco allora che la circolarità tracciata dalla struttura narrativa inizia a delinearsi. D’altronde Abrams e Lindelof lo avevano dichiarato sin dalla prima stagione, evidenziando una programmaticità d’intenti in cui pochi sembravano avere fiducia: Lost ha inizio in medias res - hanno ribadito più volte i suoi creatori - poiché ciò che accade sull’isola dal momento dell’incidente si trova esattamente al centro della timeline degli eventi. Ecco perché la narrazione aveva bisogno di procedere costantemente a ritroso o di proiettare lo sguardo verso l’incerto futuro dei protagonisti. E così è stato. E con questo episodio termina presumibilmente il tempo dei flashforward: probabile infatti che per le ultime due stagioni si ritorni stabilmente ai flashback. Ma è giusto sottolineare come quella dei flashforward sia stata un’intuizione geniale sotto molti punti di vista. Uno dei punti forti di Lost, infatti, è sempre stata la doppia narrazione (presente sull’isola e passato dei protagonisti), ma nella terza stagione il meccanismo sembrava essersi lievemente inceppato: dei personaggi si sapeva ormai ciò che era necessario sapere, ragion per cui la maggior parte dei flashback del terzo ciclo risultano superflui o addirittura noiosi. La novità introdotta a fine stagione invece, quando si scopre che in realtà il Jack barbuto e alcolizzato appartiene al futuro e non al passato, ha avuto il pregio di rinfrescare la serie, aggiungendo, però, ulteriore complessità all’architettura narrativa. In questo senso la quarta stagione è stata finora la più complicata ma forse, proprio per questo, è risultata la più intrigante. L’uso del flashback nelle prime tre stagioni è funzionale alla conoscenza interiore e all’approfondimento psicologico dei personaggi: tale tecnica, vera cifra stilistica di Lost, ci consente di comprendere appieno le ragioni di ciascuno, ciò che li spinge ad agire e a comportarsi in un determinato modo, a compiere scelte difficili, ci introduce alle radici dei loro sensi di colpa, del dolore che si portano dentro, del naufragio interiore avvenuto molto prima di quello reale. Ma soprattutto l’insieme dei flashback traccia un alone di ineluttabilità sul loro destino comune, oltre che su quello individuale. L’introduzione del flashforward invece, bisogna ammetterlo, ha portato con sé una ventata d’aria nuova: pur non tralasciando mai la dimensione intima dei protagonisti, le anacronie nel futuro assumono una dimensione totalmente diversa ai fini del racconto. Esse sembrano spostare l’asse della serie da character driven a action driven: per dirla in parole povere, i flashforward puntano dritti all’azione e a mettere nuova carne al fuoco. Essi hanno lo scopo di disseminare indizi indispensabili alla comprensione del meccanismo lostiano, col risultato che nella quarta stagione i tasselli del puzzle non ci vengono forniti solo dalle sequenze sull’isola, ma anche dai continui salti temporali nel futuro. La quarta stagione, pertanto, non concede un attimo di respiro allo spettatore, non una tregua alla sua concentrazione, non un possibile calo dell’attenzione. Certo con i salti nel futuro avrebbero potuto esserci delle controindicazioni. Sapere in anticipo che qualcuno avrebbe lasciato l’isola, chi si sarebbe salvato e chi no, rischiava di minare la suspense e il mistero, elementi chiave della narrazione lostiana. E invece gli autori sono stati bravissimi nel giocare le loro carte, nel fornire informazioni nella giusta misura. Questo ultimo doppio episodio ne è un esempio lampante: lo spettatore conosce già in partenza l’identità dei 6 dispersi che faranno ritorno a casa. Ed ecco allora che Lindelof e Cuse si divertono a giocare con questo “presunto vantaggio spettatoriale”, prendendo i 6 personaggi e disseminandoli in vari punti dell’isola (chi sulla spiaggia, chi all’interno della foresta, chi sulla nave) e muovendoli come tante pedine su un’enorme scacchiera (immagine che non a caso torna spesso in Lost e anche in questo episodio finale). In questo modo alla fine è non solo l’intera serie, ma anche l’episodio specifico a ricomporsi come un puzzle: puzzle del quale (questa volta) conosciamo già la figura sulla scatola e i cui pezzi vediamo andare progressivamente e inesorabilmente al loro posto, uno ad uno. Così doveva essere, così è stato. Eppure, nel guardare l’immagine ricomporsi e gli Oceanic Six convergere verso il loro comune destino, la soddisfazione dello spettatore è grande e non lascia in alcun modo spazio alla scontatezza. Pericolo scampato…
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