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Fuori Concorso "Vinyian" di Fabrice du WelzIl post tsunami di una coppia occidentaledi Marta Martina Incapaci di ammettere di aver perso il loro bambino Joshua nella tragedia dello tsunami Jeanne (Emmanuelle Beart) e Paul Bellmer (Rufus Sewell) rimangono a Phuket in Thailandia.
Si aggrappano all’idea che forse il figlio non è mai morto, perché al suo nome non corrisponde nessun cadavere.
Jeanne si autoconvince del fatto che possa esser stato rapito da trafficanti di bambini bianchi che hanno approfittato del caos post catastrofe.
Al marito tocca fare la parte dello scettico, finendo molto male.
Accompagnati dal sinistro Mr.Gao che su una barcaccia li fa inoltrare nella giungla thailandese-birmana, questa coppia traumatizzata galleggia tra la paranoia e il sospetto.
Il clima è quello post-apocalittico . Cosicchè la natura che ha già fatto la sua parte lascia al regista il compito di raccogliere le briciole. Ma non basta. Calma piatta sul fronte avventura, spira un gelido vento di noia che scompone solamente il vestito di Juliette Binoche. Non basta un presunto trafficante di bambini, una palude e un po’ di foschia per fare Conrad e giocare a Cuore di Tenebra. Vynian galleggia nel limbo: l’ambiente è veramente ostile o è solo pregiudizio della tipica coppia occidentale? Ben saldo alle regole del genere, ma forse ancor più a quelle dello stereotipo, Vinyan non incanta nè mette paura. Prendiamo la storia: la coppia occidentale persa in un mondo che non conosce, con codici di esistenza rovesciati rappresenta un grumo narrativo già declinato (che oramai ha da dire qualcosa solo nella portata comica dello spaesamento). Qui si prende spunto da un tragico fatto di cronaca e si mette insieme la titanica lotta tra uomo e natura impervia, tra serenità della vità e l’accidente della morte che arriva con il suo carico di inconcepibilità. Spunto commovente per intessere la storia di una madre che non si arrende,ma lo spettatore parte già con un carico di shock emotivo-visivo che la finzione non regge. L’accidente e la brutalità con cui tante vite si sono spezzate allora avalla sì la psicosi allucinatoria in cui precipita Jeanne dopo aver visto un filmato in cui crede di veder passeggiare il suo Joshua, ma il trip che intraprende non è che la testimonianza di un banale disfacimento nemmeno troppo horror. Prendiamo invece l’ambientazione: la fotografia curata da Benoit Debie, (vittoria al Sundance per la pellicola Joshua), restituisce la notte della Thailandia sporchissima e corrotta, con prostitute, pedofili e marciume ad ogni angolo. Vynian rovescia l’idea che il turismo di massa ha della Thailandia: non v’è traccia del paradiso tropicale, siamo nel mondo più infame che ci sia. Il deterioramento graduale della coppia allora si lega all’ambiente, ma l’impressione di muoversi in uno scenario pre-confezionato è molto forte. L’idea di far interagire le anime nel più profondo isolamento geografico è proprio da parco tematico, la giungla è ostile quanto quella di un parco divertimenti. Le soluzioni visive sono umide e i bambini uccidono. La pioggia batte insistente, il temporale arriva all’improvviso, la vegetazione è asettica senza il ronzio di un insetto. Alla pacata follia della moglie Jeanne corrispondono gli inserti slasher girati con i piccoli fantasmi dell’isola birmana. Il genere tribal-zombie non va avanti di un passo. Chi guarda rimane impassibile. L’anabasi è prevedibile (il piccolo Joshua - il suo simulacro- è spacciato sin dalla prima inquadratura. Tutto sgranato in un filmato, di spalle a testa bassa) e lo scettico, il marito che non vuole mai pagare i delinquenti locali, che non crede alla moglie in trance, sarà punito. In un mix di riti gore, il culmine è la trasformazione di Emmanuelle Beart nella regina dei piccoli zombie. Vinyan partendo sei mesi dopo la tragedia, evoca il cataclisma nella partitura sonora (stridente, inquietante, liquida) e nelle immagini dell’acqua sporcata col sangue. La catastrofe naturale è il preambolo per un thriller psicologico che voleva farsi ghost story senza nemmeno fare buu. Titolo originale: Vinyan Regia: Fabrice Du Welz Con Rufus Sewell, Emmanuelle Béart, Julie Dreyfus, Borhan Du Welz, Petch Osathanugrah, Amporn Pankratok. Genere Thriller, 95 minuti Produzione Francia 2008.
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