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"We were dead before the ship even sank" dei Modest MouseIl nuovo corso del topo modestodi Fabrizio Montini Più dance e funky, con la follia che sembra ancor più disciplinata. L’indie band con l’etichetta Sony, non proprio un ristretto covo di appassionati cultori musicali. Non solo: appena uscito, è salito in vetta alle classifiche di vendita americane, dimostrando la capacità di arrivare al grande pubblico, ma con gran classe, invero. Le melodie, irresistibili, si liberano dai fraseggi graffianti, e l’insieme è sorprendentemente ricco e vario.
Sembra una contraddizione che l’etichetta degli ultimi album dei Modest Mouse sia una major come la Sony e che, al contempo, loro siano tra i più riconosciuti esponenti dell’attuale indie rock americano. Negli Usa sono stranoti, non solo tra il pubblico alternativo, a quanto pare, ma le canzoni che compongono questo album sono indubitabilmente ‘indie’ per credibilità (bastano gli otto minuti di durata di Spitting Venom e in generale la struttura libera delle canzoni, l’originalità dello stile vocale, la complessità e la capacità di creare spesso un contrasto nell’ascoltatore, per fugare i dubbi). Non indulgono all’abitudine, i MM, e garantiscono sempre un’incredibile variante, un coretto inaspettato, un pezzo di chitarra particolarmente cool, un cambio di ritmo improvviso anche all’interno della stessa canzone: offrire un quadro tranquillizzante, ma irrimediabilmente apatico o svenevole, senza discussione non è nelle loro corde. We were dead before the ship even sank è una fusione di suoni ottenuta con cura certosina, ma capace di trasgredire credibilmente i codici più ortodossi del pop\rock. La tecnica vocale del cantante, Isaac Brock, è un efficace strumento a questo scopo; la sua voce è ancora capace di essere istrionica e teatrale, coinvolgente tanto quando sbraita come un folle, quanto nei momenti in cui invece è più sommesso e a tratti tremante; il suo stile è notevole per i veloci scioglilingua, il senso dell’umorismo e del ritmo, gli sbalzi vocali; i testi, inoltre, sono famosi per essere alquanto stralunati ed ingegnosi. I suoni di chitarra ruvidi, ma ricchi di sfumature espressive, ci sono anche qui, come in passato, ma i fraseggi funk-rock probabilmente sono l’apporto del nuovo acquisto Johnny Marr (l’ex chitarrista degli Smiths che si è unito stabilmente ai MM); tutto sfocia spesso in una sarabanda, che si scatena a ritmi da dance-music; infine, gli strumenti ad arco e i fiati, che completano un insieme complesso e ricco. Lo svolgimento è equilibrato e molto suggestivo: alterna brani molto dinamici ad altri rilassati (ma tristi non si direbbe) – ti possono avvolgere in un’atmosfera carica di pathos, ti possono ipnotizzare in un potente groove - che in qualche caso ne sembrano la continuazione naturale per cui l’album è facilmente ascoltabile integralmente, nonostante la durata dei singoli brani superi spesso i 5 minuti. Costituito come un’avventura sonora compattata in un unico, variegato, prisma, la assecondano anche alcuni espedienti, già usati nei lavori passati: la chitarra sullo sfondo che alla fine di un brano suona il riff di quello che partirà subito dopo; o il ritmo che sembra continuare nella successiva. In questo disco, al dì là dei ritmi più sostenuti, gli impulsi dirompenti, le inquietudini che hanno sempre contraddistinto i MM, sembrano più controllati, e dosati con più cautela. È comunque meno dispersivo rispetto al loro capolavoro, The moon & Antarctica (2000), dove i labili confini delle canzoni, i ritmi più blandi, l’uso delle dissolvenze e del leitmotiv, accentuavano ancor di più il carattere unitario e magmatico dell’insieme; era anche più chiara l’identità college-rock, con punte di paranoia, che lo connotava, ma non lo tratteneva dallo svincolarsi in direzioni psichedeliche e misteriose. I MM possono sembrare un po’ ostici al primo ascolto, sono più rock e irregolari degli altri protagonisti attuali della scena indie USA, gli Shins, che puntano invece su una piacevolezza d’ascolto più immediata; necessitano di un maggiore impegno, ma garantiscono la ricompensa adeguata una volta entrati nel loro mondo bislacco e poetico. In We Were dead… le perle sono Spitting Venom, Little Motel (forse l’unica che si avvicina alle atmosfere più cupe di Moon…), Dashboard - il video della canzone, si trova su You Tube, è molto divertente - Florida, Fire it Up e Missed the Boat; le altre, forse, stanno un gradino – solo uno – al di sotto.
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