“Yige he bage – Uno e otto” di Zhang Junzhao

Il capolavoro occultato del cinema cinese

Storia segreta del cinema asiatico
Il direttore Muller, sinofono e grande scopritore/saccheggiatore di film occultati dal regime, l’ha definito, a ragione, insieme a “Sorelle del palcoscenico” di Wutai Jiemei il vero capolavoro di questa magnifica restrospettiva sul cinema asiatico, una delle poche ancore di salvezza per la qualità dei film di questo festival semi-naufragio.

Tre ladri, tre disertori una spia ed un proprietario terriero sono prigionieri dell’Esercito rosso, in marcia per difendersi dal potente attacco delle forza imperialiste giepponesi; a questo manipolo di prigionieri si aggiunge un ufficiale dell’esercito comunista bollato a torto di deviazionismo (parola che mai viene pronunciata durante il film). Il drappelo cinese durante i suoi peregrinaggi in fuga dall’armata del sol levante si imbatte in villaggi rasi al suolo ed in veri e propri eccidi, fino all’inevitabile scontro frontale che costringerà alla liberazione dei gaglioffi, che combatteranno alla stregua per la difesa della causa comunista.

Patti chiari amicizia lunga: questo è stato il miglior film presentato alla Mostra di quest’anno e fa male al cuore sapere che forse non ci saranno altre occasioni per vederlo; fa ancora più male al cuore sapere che Zhang Junzhao è stato costretto dal regime a modificare per settantadue, dicasi settantadue, volte la sua opera d’esordio. Perchè se il deviazionismo non è mai esplicitamente pronunciato, esso corre sotteraneamente per tutto il film, lo accompagna dal primo all’ultimo fotogramma portando con sè il seguente messaggio: signori del regime, capoccia del Kuomintang, avete fatto una serie indicibilmente madornale di errori (bisogna chiamarle così per essere pubblicati le cose che hanno fatto); ma io, Zhang Junzhao, non lo urlo affatto, non lo dico neanche, lo faccio capire, lo infilo sottopelle allo spettatore tramite una scarica di emozioni di una potenza vivida, facilmente percebile; e se per fare questo mi gioco la carriera e finisco a girare documentari sportivi e pubblicità di quart’ordine ben venga, arriverà certamente il momento della riscossa, il momento della memoria storico-critica.

Così nel 1982 deve aver pensato quel giovane regista cinese; e così intatto, se non esponenzialmente potenziato, il suo messaggio arriva a noi, in un momento della storia italiana che con le lontanissime debite proporzioni potrebbe ricordare quel momento di acuto oscurantismo della storia cinese.

Il film inoltre visivamente è spettacolarmente innovativo, specie per alcune inquadrature pittoriche delle scene di guerra, tanto livide da ricordare alcune immagini di Full Metal Jacket, che pur appartengono alla decade successiva; una sensibilità estetica che come al solito vede gli asiatici molto avanti rispetto agli occidentali. Insomma, un capolavoro.

Yige he bage (Uno e otto, 1983) di Zhang Junzhao