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"ZIO VANJIA - SCENE DI VITA IN CAMPAGNA" di César Brie e Isadora AngeliniQuando si dice "il teatro"di Marianna Sassano Quando si dice il teatro. Quando la parola recitata riesce ad avere un senso diverso dalla parola scritta, quando il corpo vivo e dal vivo riesce fare la differenza.
Quando gli espedienti del teatro vengono usati tutti: la recitazione volutamente anti-naturalistica che per fortuna una volta tanto è una recitazione onesta perché te lo dice in faccia “non-sto-mimando-la-realtà-sto-recitando-sto-fingendo”; i corpi che si muovono sui pochi metri quadri del palcoscenico e lo vedi che si stanno contando i passi, che quelle sono vere e proprie coreografie, non semplici movenze improvvisate; i dialoghi, che sono studiati sillaba per sillaba per creare l’incastro tra le battute, le musiche, i silenzi; e poi gli oggetti di scena, che assurgono alla loro funzione di creare il contesto e la superano pure: perché non restano immobili, ma dondolano nell’aria appesi a dei fili trasparenti, a scandire il tempo sempre uguale che passa e a trasformarsi in co-protagonisti con la vita della scena. Tutto questo è il risultato dell’adattamento dello “Zio Vanja” curato da César Brie e Isadora Angelini, sua allieva e ideatrice dell’impianto registico di base, andato in scena in prima regionale a Mira, al teatro di Villa dei Leoni il 2 dicembre. Ne avevamo visto già il promettente “Studio”, lo scorso maggio, una prima parte embrionale di quello che sarebbe diventato lo spettacolo definitivo, che Brie e i suoi attori avevano regalato al pubblico in cambio dell’ospitalità che Villa dei Leoni aveva offerto alla compagnia per lavorare allo spettacolo. Questo spettacolo ha una genesi coraggiosa: nato da un gruppo di allievi (non tutti professionisti) di Brie, PATALò, formatosi alla fine dell’esperienza de “Il cielo degli altri”, spettacolo sull’immigrazione, lo “Zio Vanja” è stato autoprodotto dal gruppo e da César Brie, con l’aiuto di Arti e Spettacolo. PATALò si definisce “un teatro randagio costretto a un faticoso ma fruttuoso nomadismo”. Il testo che hanno deciso di portare in scena è uno dei meno rappresentati di Čhecov, eppure ha una forza espressiva fortissima per quanto riguarda le tematiche affrontate. “Zio Vanja”, infatti, è una storia di vite disilluse, rapporti fragili, esistenze annoiate, degrado ambientale e morale, insoddisfazione. Vanja disprezza la vita, solo un alito d’amore per la bella Héléna sembra animarlo: ma è donna d’altri, non la potrà avere. Si incrociano con questa micro-vicenda altrettante micro-vicende che narrano le vite degli altri personaggi: la spocchia intellettuale del professor Aleksandr, chiuso nel suo corpo di vecchiaia e malattia, la sfortuna atavica della bruttissima Sonja, che la vita la “sopporta, finché non finirà da sé”, il cuore inaridito del dottor Astrof, che annega nell’alcol la sua passione per un bosco demaniale che vorrebbe salvare. Come ha scritto César Brie, “i personaggi in realtà non fanno quasi nulla: prendono il the, bevono vodka, suonano la chitarra, parlano, dormono, mangiano”. Alla fine l’esasperazione di questo nulla porterà ad un parossismo di rabbia e pazzia che si rivela come un’epifania, un moto di verità profonda, che coinvolge tutti i personaggi: così che, dall’anestetico in cui sono immersi, sembrano finalmente rialzare il capo per rivelarsi. Uno spettacolo amaro, in cui non c’è spazio per redimersi, non c’è salvezza. Uno spettacolo che volutamente vuole aggirare nella sua resa scenica quelle “trappole del naturalismo” di cui Brie ha dichiarato di voler rifuggire: così, ad esempio, la rabbia di Vanja si esprime nel lancio isterico di arachidi che trova nelle tasche (scena estremamente suggestiva). Allo stesso tempo, uno dei primi esperimenti in cui Brie vuole rispettare fedelmente il testo originale. Un bel connubio, in cui il genio dell’autore si combina ad una regia sapiente, attenta e originale. "Zio Vanja, Scene di vita in campagna" di Anton Pavlovič Čhecov traduzione di Fausto Malcovati Con: Isadora Angelini, Andrea Bettaglio, Veronica Cannella, Salvo Lo Presti, Veronica Mulotti, Luca Serrani Regia: César Brie - Isadora Angelini Luci: Tea Primiterra Musiche originali: Daniele Angelini, eseguite da Daniele Angelini, Aldo Capicchioni, Gildo Montanari Scene e costumi: Giancarlo Gentilucci Assistente a scene e costumi: Daniela Vespa Fotografie: Paolo Porto, Stefano Molinari Organizzazione: Tiziana Irti Distribuzione Arti e Spettacolo - L’Aquila artiespettacolo@alice.it teatropatalo@gmail.com
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