Bob, Steve e Yamada sono tre uomini ormai avanti con l’età. Si sentono spaesati, la vita li ha lasciati ormai svuotati e senza un vero obiettivo da perseguire.
La macchina da presa sembra scrutare con dolcezza -ma sempre con un certo distacco- i loro volti eloquenti.

Per tutta la durata del film-documentario le voci interiori delle malinconiche figure sono le uniche parole che accompagnano lo spettatore.
Colpisce la sincerità disarmante di questi uomini, spesso ripresi in spazi ampi dalla imponente bellezza geometrica. Luoghi che sembrano in simbiosi con i personaggi e che sottolineano la loro esistenziale solitudine. Una solitudine che unisce tutti gli esseri umani. Almost there offre la possibilità di essere ascoltati e di intraprendere un viaggio interiore alla ricerca della vita.

Recensione di Miriam Casagrande


 

Dove si trova il senso della vita quando tutte le nostre certezze quali lavoro, famiglia e amore non ci sono più? È questa la domanda che si pone, e alla quale cerca di rispondere la regista Jacqueline Zünd. Film-documentario dolce e con un’aurea di positività di fondo, Almost There racconta le storie vere dei protagonisti, tre uomini fra i 60 e 70 anni che hanno perso quelle sicurezze della vita e che cercano altre motivazioni per andare avanti. Bob lasciato dalla fidanzata compra un camper e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti; il giapponese Yamada andato in pensione dopo 38 anni di lavoro inizia a leggere storie ai bambini; Steve, drag-queen, cambia vita, paese e abbandona la sua famiglia per riuscire ad accettare il vero sé stesso. Non ci sono azioni eroiche o grandi avvenimenti; si tratta di una narrazione in prima persona di storie vere che acquistano però un certo eroismo forse proprio a causa della loro “normalità”. Riflettendo sulla solitudine e la fragilità di questi uomini il film non vuole essere una riflessione sull’invecchiamento e la morte, quanto sulla vita e il modo di sconfiggere le proprie paure per riuscire a essere felici.

Avvicinabile a Wes Anderson per quanto riguarda la palette di colori chiari-pastello e alle simmetrie ripetute per tutto il corso del film, la regista riempie il suo lavoro di riferimenti e citazioni (fotografie di Martin Parr), senza mai cadere nel plagio ma anzi avendo sempre una cifra stilistica autonoma e personale.

Recensione di Margherita Nonis