Ambientato nella Romania post Ceausescu, Ana mon amour è tratto dal romanzo Luminița, mon amour, edito nel 2006 con grande successo dallo scrittore Cezar Paul-Bădescu.
Sesso religione e psichiatria sono i temi del film, paragonato da taluni, con fin eccessiva generosità, a Bergman.

Nelle due abbondanti ore del film, il regista esplora nel corso di una decina di anni la relazione di una coppia della borghesia, colta e benestante, con una intensità particolare sui dettagli intimi, sia sessuali sia psichici. Il racconto si svolge attraverso le sedute psicanalitiche di lui, che racconta del loro incontro da giovani, studenti universitari, per proseguire con la conoscenza delle reciproche famiglie, il matrimonio, il figlio, il lavoro, i problemi quotidiani.

Si comprende che la relazione è deteriorata, ma che è anche stata fin dall’inizio qualcosa di insano. I traumi infantili sfociano in neurosi inconscia e masochismo, simbolizzato dal fumare compulsivo dell’uomo, ma anche da una dipendenza reciproca e da transfer psichici incrociati difficili da districare.

Sorprendentemente la depressione porta ciascuno dei due alla ricerca di conforto nella confessione ma, per quanto il sacerdote si riveli una persona inaspettatamente preparata, ovviamente la religione non solo non aiuta ma anzi accresce la devastazione dei sensi di colpa.

Con questo tipo di nuovo melodramma, realizzato dal 43enne Călin Peter Netzer, già vincitore dell’Orso d’Oro nel 2013 con Poziția Copilului (Child’s Pose), il regista rumeno è nuovamente in concorso alla Berlinale 2017.