Ang babaeng humayo – The woman who left è il diciassettesimo lungometraggio di Lav Diaz, presentato in concorso alla 73esima Mostra del cinema di Venezia.

Horacia Soromostro è una contadina di mezza età che ha dovuto scontare svariati anni di prigione a causa dell’amica Petra, che la accusò dell’omicidio da lei stessa commesso dietro suggerimento di Rodrigo Trinidad, in passato amante di Horacia. Negli anni ’90, nelle Filippine prostrate da un governo debole e dal crescente fenomeno dei rapimenti, Horacia, finalmente libera, si mette in viaggio per uccidere Rodrigo e cercare il figlio scomparso.

Tralasciando le premesse sulla lunghezza e gli stilemi registici delle pellicole del regista filippino, ormai ridondanti, non si può certo omettere però che un genere come quello del “revenge movie”  (ovvero quella che sembra la definizione più ovvia a partire da una sinossi del genere) sia insolita per Diaz, e apparentemente poco propensa ad adattarsi alla sua particolare poetica. Ma la storia che Diaz va a mettere in scena ha solo l’involucro di un film di vendetta, che ben presto lascia il posto all’ondata di disagio – il vero cuore dell’opera – che travolge lo spettatore nel rappresentare queste vite di incertezza.

Horacia, poco prima di partire, guarda la figlia andarsene dopo un breve incontro

Abbiamo sempre, come da precedenti del filippino, una tematica sociale e politica che diventa presto terreno per costruire una storia tragica e strettamente personale. Infatti Diaz, a cui interessa l’incertezza appunto, dedica poco tempo agli eventi che hanno portato Horacia in prigione e ancora meno alla sua vendetta effettiva, concentrandosi piuttosto sul suo trasferimento e sulla sua vita nell’isolotto di Mindoro, dove ha casa Rodrigo.

Il regista vuole raccontare l’esistenza nel dubbio, nello spaesamento, e quindi il film consiste nella (falsa) vita che Horacia si costruisce sull’isola, aspettando il momento giusto per agire. I suoi incontri con la pazza Mamaeng, il venditore notturno di balut e il trans Hollanda, e successivamente le relazioni che instaura con loro, sono ciò che inconsciamente le permette di vivere, oltre al desiderio di vendetta. A Mindoro, Horacia recupera il senso della famiglia, dell’aiuto reciproco contro l’autorità, del tentativo di trovare nella bontà (anche e spesso ipocrita) un’oasi, cosa che permette a se stessa di sopravvivere all’ossessione.

L’ossessione della protagonista non è quella della vendetta, bensì quella della perdita del figlio, che viene placata coltivando quell’istinto assassino verso Rodrigo. Un’ossessione che viene declinata in vari modi, nascondendola, accantonandola con l’illusione, ma che raggiunge l’apoteosi della sua rappresentazione attraverso l’incredibile lavoro di dilatazione a cui dà vita Diaz. Non il solito, che si esplica attraverso le riprese in tempo reale e la staticità insistita, qui, come in ogni altro suo film, comunque sempre presenti.

Si tratta di un lavoro quasi teatrale, drammaturgico, che gioca con la tensione e i tempi morti (che raccontano una quotidianità asfissiante) per dilatare il più possibile il malessere che aleggia dall’inizio del film, un malessere frutto dell’insolvibile dubbio e delle difficoltà pratiche del gesto che la protagonista vuole compiere. Di contro invece in Horacia notiamo una sorta di auto-compiacimento inconscio per non riuscire a portare a termine lo scopo del suo trasferimento a Mindoro, che le permette di continuare a esistere come persona, per poi sprofondare quando in un modo o nell’altro ne verrà privata.

L’esistenza dunque è fragile, non solo per Horacia, per tutti i personaggi, Rodrigo incluso, che nella sola scena dove compare si manifesta, allo stesso modo di tanti altri, come un’anima persa, che si trova ad aver ricevuto il potere economico e politico che detiene quasi per caso.

Il dialogo di Rodrigo Trinidad con il prete della città

Il mondo di Ang babaeng humayo è popolato da queste anime perse. Nella fattispecie, si può tranquillamente parlare di freaks, strani soggetti che vivono un’esistenza ai margini tentando di arrivare al giorno successivo. Essi non hanno niente, e il loro disagio penetra nello spettatore attraverso le loro illusioni, il loro aggrapparsi all’unica cosa che ancora possiedono. Horacia non è diversa da loro, si aggrappa anche lei a un’illusione per sopravvivere.

In questo racconto semplice nella struttura ma complessissimo nella disamina dei personaggi, Diaz compone una storia; al contrario di quanto si potesse pensare, sfrutta al massimo i tratti distintivi del suo cinema, abbandonando la completa contemplazione (come già in Norte, the end of history, ma con migliori risultati) per una narrazione più conciliante, a dispetto della durata, illustrandoci le esistenze di un gruppo di sogni e desideri in forma umana.

C’era una volta un sogno, e dentro il sogno c’era un desiderio – recita Horacia nella conclusione del film.

3 ore e 45 minuti quindi che non pesano come quelle di Norte, the end of history, ma che valorizzano un Diaz mai così tragico nel senso originario del termine, che procedono in un tetro grigiume, di notturno in notturno, con spessissimo solo l’illuminazione di un falò a permette una visuale più o meno chiara, sempre per mezzo dei piani-sequenza a camera fissa che contraddistinguono l’autore.

Ma tralasciando questo aspetto, su cui vengono spese sempre le stesse parole, risalta nella narrazione, pur non essendo un espediente mai usato prima nello stesso contesto, l’unica coppia di scene in movimento, successive a una “confessione” di Horacia. Diaz gioca con la comprensione del cinema e l’empatia dello spettatore, gli fa capire gli avvenimenti finali con largo anticipo, così che egli non possa che attendere impotente il tragico epilogo: quell’unico paio di fugaci riprese con mdp a mano che simboleggiano didascalicamente la leggerezza di Horacia, destinata alla fugacità per l’appunto, riflette un unico attimo di serenità per lo spettatore nell’oceano di malessere, che è anche il protagonista dell’ultima immagine.

In conclusione, Ang babaeng humayo – The woman who left è un inedito fortemente drammaturgico nella filmografia di Lav Diaz, che riesce a esprimere i concetti di ossessione e di disagio grazie a una gestione dei tempi calibrata perfettamente e anche all’interpretazione magistrale della Santos-Concio. Ne risulta quindi un altro film mirabile nella filmografia del filippino e soprattutto un riuscito tentativo di fare il suo cinema aprendolo il più possibile a tutti, calando sull’aspetto empatico e con un desiderio di comunicare di un intensità che da qualche anno non si vedeva nelle sue opere.

Titolo originale: Ang babaeng humayo
Nazione: Filippine
Anno: 2016
Genere: Drammatico
Durata: 226′
Regia: Lav Diaz

Cast: Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz, Michael de Mesa

Data di uscita: Venezia 2016