Antonio Latella rilegge Pinocchio al Piccolo Teatro

Ormai da tempo è un dato acquisito: gli spettacoli di Antonio Latella possono piacere o meno, ma di certo non lasciano indifferenti. La conferma si ha ora con il nuovissimo Pinocchio, primo lavoro che il neodirettore della Biennale Teatro firma per il Piccolo di Milano, nel solco dell’interessante puzzle registico che contraddistingue il ‘dopo Ronconi’.

Il romanzo di Collodi, gigantesca opera letteraria solo apparentemente destinata ai piccoli lettori, è terreno assai fertile per la scena (indimenticabile, del resto, la lettura straniante creata da Carmelo Bene): sembra che proprio a teatro la dimensione di questo famoso libro si esprima in tutta la sua duplicità, oscillando continuamente (e avanti e indietro) tra mondo reale e mondo fantastico (spia di quest’ultimo il naso ‘turchino’ di Mastro Ciliegia, più volte qui evocato nel corso dell’allestimento).

Antonio Latella ci offre un burattino di carne e ossa, che si porta appresso il ceppo da cui – con sofferenza – è stato generato: figlio di un Geppetto meno ‘romantico’ di quello cui siamo abituati, che intende, attraverso il burattino parlante, arricchirsi come si fa coi fenomeni da baraccone. Le bisettrici in cui si dipana lo spettacolo – che date le moltissime tematiche che abbraccia, e le altrettante situazioni che affronta, sarebbe impossibile riassumere analiticamente – sono sostanzialmente due. La prima chiama in causa il rapporto padri/figli, la seconda quello tra vivi e morti. All’interno del primo ambito si susseguono i moti commoventi che Pinocchio-figlio compie per instaurare e mantenere viva la relazione con il genitore, ma anche le terribili tappe di ‘formazione alla vita’ subite spesso dai ragazzini, con iniziazioni non richieste sul fronte intellettuale così come su quello sessuale. Fino al fallimento dell’ultima scena, in cui alla richiesta incessante di essere ascoltato, considerato, amato del figlio il padre risponde dichiarando l’impossibilità di quell’ascolto e di quell’amore, dovuta alla propria morte (da brivido la chiusa, dove Pinocchio, ormai bambino a tutti gli effetti, si china sul volto del padre morto, implorando al suo naso di allungarsi per certificare la bugia di quella morte). La seconda bisettrice, introdotta sin dall’inizio da una ‘porta’ visibile in scena, cerniera divisoria tra due universi differenti, vede il piccolo eroe di legno aggirarsi in lande desolate e frequentate da animali ingannatori e maschere infingarde come Arlecchino e Pulcinella: figure eterne, appartenenti ai non vivi, come la fata turchina, che altri non è se non una bambina morta da più di cento anni.

In questa ragnatela di intrecci narrativi la compagnia di attori si muove magistralmente, come sempre quando a dirigerla c’è il regista napoletano, reduce da un trionfo ai Premi Ubu 2016 con Santa Estasi: per brevità si citano qui almeno il dolente/effervescente Pinocchio di Christian La Rosa e il Geppetto anticonvenzionale del bravissimo Massimiliano Speziani.

Da notare, concludendo, il lavoro drammaturgico, realizzato dallo stesso Antonio Latella insieme a Federico Bellini e Linda Dalisi mescolando al celebre lessico collodiano testi più recenti quali Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana a Un bene al mondo di Andrea Bajani.