BERLINO – Ovviamente impossibile accontentare tutti, ovviamente salomonico il verdetto, distributivo, equilibrato e (leggermente) politico. Ma due cose si possono dire senza tema di smentite del concorso principale del Festival di Berlino di quest’anno: la prima è che il parterre dei contendenti non era affatto al ribasso come pareva di poter dedurre da uno sguardo superficiale, soprattutto perché nessuno dei nomi di rilievo ha deluso le aspettative medie sulla “qualità prevedibile” della sua proposta e non vi sono stati dunque fiaschi totali da parte dei già non eccellentissimi competitori; la seconda è che i premi principali sono andati (con l’inevitabile, infinita possibilità di combinazioni alternative dei vari premi e premietti) a film di sicura qualità.

Qualcuno potrà, seguendo la lamentela forse più frequentemente circolata fra colleghi e cinefili, addolorarsi del mancato exploit del vincitore in pectore, ossia quel Kaurismäki relegato a uno dei tanti premi di “gloriosa” (in-)soddisfazione, ma difficilmente si potranno negare valori oggettivi a On Body and Soul dell’ungherese Ildikò Enyedi, che se ne torna a casa con l’Orso d’oro 2017.

La regista e il cast di On Body and Soul – Orso d’Oro 2017 – Foto Romina Greggio

La Enyedi è una habitué dei festival importanti, ma finora si era solo creata un meritato zoccolo duro di ammiratori, senza accedere davvero mai all’empireo dei palmares di serie A (si ricordi il suo Magic Hunter presentato a Venezia nel 1994). La sua storia amorosa sostenuta da un soave intreccio fra sublimazione onirica e la pesantezza tutta corporea di un mattatoio ha convinto la Giuria capitanata da Paul Verhoeven (coadiuvato, fra gli altri, da Julia Jentsch, Diego Luna e Maggie Gyllenhaal). Premio nient’affatto immeritato, a parere di chi scrive, mentre alcuni commentatori hanno storto il naso riguardo al Gran Premio della Giuria, andato al franco-senegalese Alain Gomis, che con Félicité disegna la vicenda di una cantante in difficoltà nella caotica e brulicante Kinshasa: è stata molto apprezzata l’interpretazione dell’eponima cantante da parte di Vero Beya, ma forse gli omaggi a certo cinema impegnato europeo sono qui troppo evidenti e derivativi.

Il regista e il cast di Félicité con il direttore della Berlinale – Foto © Romina Greggio

E invece europeo al cento per cento il cinema di Agnieszka Holland, che pur flirtando spesso con la TV di qualità, non dimentica il grande schermo e con il suo animatissimo, anzi “animale” Spoor (“traccia”) si porta a casa il premio Alfred Bauer per i film che “aprono nuove prospettive”. Non che sia particolarmente innovativo, tanto meno sperimentale, questo cinema ben scritto, meglio interpretato, e in più anche animato da afflati di impegno ecologista (i diritti degli animali e il rispetto della natura), ma sono appunti questi solidi valori funzionali che devono aver convinto la giuria a un premio che, in fondo, ci può ben stare: l’interprete principale, Agnieszka Mandat, ben incarna una fanatica animalista che ti verrebbe voglia (ci si perdoni la sincerità istintiva) di mandare ripetutamente a quel paese, tanta è l’agitazione “fondamentalista” con cui perora la sua causa, ma la ferocia dei bracconieri che violentano l’incontaminata natura polacca – meravigliosamente qui restituita dalla regista, forse giustifica certi toni da militanza un po’ estrema.

Il “miglior regista” è stato dichiarato il Kaurismäki cui si accennava già sopra. Devo dire che questo suo The Other Side of Hope non mi è sembrato all’altezza delle aspettative e degli osanna dei colleghi, motivo per cui non è uno scandalo conclamato il fatto di avergli “sottratto” l’orso principale. Un approccio segnatamente politico da parte del Maestro finlandese, e un mix un po’ inaspettato fra il suo ben noto humour glaciale e toni dichiarativi, espressi con perorazioni a favore dell’accoglienza del diverso: è forse proprio il non perfetto amalgama del pur degnissimo e meritevole impegno sociale con la cifra stilistica propria di Aki che ci lascia un po’ in sospeso e incerti nella valutazione.

La vicenda di Khaled, un siriano immigrato clandestino in Finlandia che si barcamena fra (pochi) neonazisti locali e (prevalenti) rappresentanti di una società aperta e accogliente, è sicuramente rigenerante e incoraggiante, ed è sostenuta da tutto lo stile che è lecito aspettarsi da un autore di tale inconfondibile personalità, ma rimane l’impressione di un Kaurismäki nuovo, più aperto ai rischi tematici e alle contaminazioni, che però deve forse ancora adeguare meglio il proprio classico approccio a motivi così urgenti e attuali.

Una scena di “Una mujer fantastica”

A ricordarci che il cinema cileno non è soloPablo Larraín viene poi Sebastian Lelio, che con il suo Una mujer fantástica si porta a casa l’Orso per la migliore sceneggiatura (opera a quattro mani del regista e di Gonzalo Maza). La storia di lutto e lotta per la dignità personale di Marina/Daniel, transessuale che perde l’uomo amato in una notte movimentata e drammatica, si apprezza soprattutto per la sensibilità e il rispetto con cui il tema è affrontato, ma brilla anche per alcune soluzioni registiche originali (una su tutte: la danza carnevalesca “immaginata” da Marina) e per una drammaturgia pregnante ma non invadente, sottile ma non compromissoria.

L’interprete Daniela Vega si giocava bene le carte per il premio alla migliore interpretazione femminile, che ad ogni modo è andata invece all’ultima musa del coreano Hong Sangsoo, Kim Minhee, che in On the Beach at Night Alone rivive e mette in scena appunto in luce metanarrativa e con una coinvolgente schiettezza quasi psicopatica i rumours della storia d’amore che si sarebbe consumata fra regista e attrice nella realtà, in connessione con le riprese del precedente Right Now, Wrong Then. Ad ogni modo nulla di particolarmente diverso dal “solito” cinema dell’autore coreano, e ciò non è affatto un male, sia ben inteso.

Per chiudere il palmares principale ricordiamo che a Georg Friedrich è andato invece il premio per l’interpretazione maschile, per il ruolo interpretato in Bright Nights di Thomas Arslan, che era uno dei tre tedeschi in concorso (forse troppi?…), mentre uno degli esponenti della new wave romena, Călin Peter Netzer, con il suo Ana, mon amour, si aggiudica l’Orso d’argento per il contributo artistico, che va per la precisione a Dana Bunescu per il montaggio.

Una scena di “Ana, mon amour”

L’ultimo film di quello che fu il vincitore di Berlino nel 2013 (con Il caso Kerenes) in realtà pare appunto più che altro un montaggio intellettuale fatto a tavolino di spezzoni esistenziali cronologicamente esplosi, di modo che la vicenda non troppo originale dei due innamorati protagonisti viene smontata e rimontata in forza di una serie un po’ stancante di flash-back e -forward. Un’operazione un po’ cervellotica e non del tutto convincente, direi, mentre sono rimasti a secco alcuni dei film che nel complesso hanno suscitato invece reazioni più positive, come la rigorosa messa in scena di “personaggi in ambienti” di Teresa Villaverde (Colo) o l’inaspettato film d’animazione cinese Have a Nice Day, di Hao Ji Le, che ci regala una sorta di stilizzato Pulp Fiction a disegni (poco) animati, e il cui nome bisognerà sicuramente seguire in futuro.