Berlinale 2018: gli “Orsi” non convincono

I premiati di Berlino 2018

BERLINO – Difficilmente, nei vent’anni in cui ho partecipato a vari festival europei, ricordo di aver visto una così compatta, quasi univoca concordanza sul film vincitore. In negativo, però.

“Touch me not”

Ché infatti l’Orso d’oro 2018, l’opera prima della romena Adina Pintilie, Touch Me Not, non solo sembra essere piaciuta a pochissimi critici e addetti ai lavori, ma ha scatenato molto più che altri trionfatori a sorpresa degli ultimi decenni una levata di scudi quasi indignata sull’inammissibilità assoluta di questa “cosa” (molti dubitano se poterla definire “film”) all’interno del concorso di uno dei tre principali festival europei. Se poi la minuta trentottenne Pintilie (nessuna parentela con il maestro Lucian, ma diversi premi e riconoscimenti per i suoi doc e corti precedenti) si porta a casa contestualmente anche il premio per la migliore opera prima, allora sorge il dubbio che qualche qualità (per quanto nascosta o inusuale) questo suo film alla fine ce l’abbia. Chi scrive aveva seguito negli ultimi mesi le fasi di lavorazione di quest’opera dalla lunghissima gestazione a metà fra la terapia psichiatrica e la riscrittura fictionale di situazioni di conflitto, e vedendo la versione finale qui al concorso berlinese, deve ammettere che rimangono diversi, eclatanti, anche disturbanti e fastidiosi dubbi sulla sostanza di questo Touch Me Not.

Il film, in sostanza, parla delle modalità con cui alcune persone affrontano le proprie difficoltà a realizzare contatti fisici non problematici e sereni, da cui il titolo pseudo-evangelico (al giorno d’oggi la frase latina di riferimento, “noli me tangere”, può essere utilizzata per fare riferimento ai tabù legati al corpo e al contatto fisico): si va dal ragazzo, Christian Bayerlein, nato con una tremenda malformazione fisica, ma dagli occhi, dalla mente e dalla sessualità vive e lucide, a Laura, piacente donna di mezza età che sembra portare il peso narrativo di quella che potremmo chiamare “la protagonista principale” e che vediamo affrontare varie tipologie di incontri a sfondo sessuale d’osservazione, che non implichino cioè il contatto fisico; per finire con altri comprimari che sono in vario modo funzionali a una serie di considerazioni sulla necessità, la fattibilità, l’intimità del contatto corporeo.

A modesto parere di chi scrive, ciò che in fin dei conti qui non funziona è riassumibile in un difetto di fondo, ossia che si cerchi di risolvere un problema corporeo con discussioni verbose e un approccio mentale un po’ fumoso, cerebrale; ovvero al contrario, il che è lo stesso, che si affronti un blocco mentale con una serie un po’ comica di avventure sessuali da porno di serie Z: la Pintilie si mette in gioco subito con il dispositivo visivo, mostrando i preparativi sul set, svelando il suo volto dietro la macchina da presa, offrendo poi persino a Laura il suo posto di osservatrice e prendendone temporaneamente il ruolo di intervistata, ma la sensazione di “costruito” e di una certa volontà di stupire (non diremo, per carità, scandalizzare, grazie a dio non ci scandalizza più nulla) con un affastellamento di episodi da freak-show purtroppo rimane (l’uomo che ha perso tutti i peli del corpo, il cinquantenne un po’ ridicolo en travesti, un gruppo di ragazzi “physically impaired”). Non si capisce fino a che punto sia conservato il rispetto per le persone inquadrate e per le loro problematiche spiattellate ai quattro venti, ovvero predomini invece la voglia fine a se stessa di inanellare casi umani e sfruttarli per un pamphlet piuttosto noiosetto sulla sessualità. Non ci va di parlare come altri hanno fatto di “pornografia etica”, perché la Pintilie ha comunque alle spalle una carriera importante e in questo film dimostra una “timida sfacciataggine”, una educata temerarietà che ci porta comunque a trattarla con molto rispetto, però rimane il dubbio su dove tale operazione possa davvero portare in termini di ibridazione e frammentarietà tipologica.

Tanto dovevamo all’opera controversa che quest’anno ha fatto incetta di premi. Ma per parlare del resto, noteremo subito come un’altra donna dell’est Europa (che quella di quest’anno fosse una moda, o una tendenza ispirata anche da motivazioni extra-artistiche?…) si è portata a casa il Gran Premio della Giuria/Orso d’argento, ovvero la polacca Małgorzata Szumowska con il suo Twarz. Il titolo internazionale è “Mug”, da intendersi nel suo significato inglese slang di “ceffo, grugno”, e fa riferimento all’avverso destino del protagonista Jacek, scanzonato operaio amante dei Metallica che ha un tremendo incidente sul lavoro: mentre sta partecipando all’erezione della statua di Gesù più grande in tutto il territorio europeo (una sorta di risposta polacca al Cristo Redentore di Rio), cade sulla sua faccia e se la devasta. Da quel momento la sua lotta per riacquistare funzionalità fisiche va di pari passo con il tentativo di non venire bollato come mostro nella ultracattolica comunità di villaggio in cui si trova relegato. Il problema del film è forse il suo tentativo di spacciare una vicenda personale come metafora della Polonia conservatrice e oscurantista dell’ultimo decennio, in cui perfino la madre di Jacek lo sottopone ad un esorcismo perché sotto il suo nuovo volto deturpato non lo “riconosce” più, e lo crede figlio del demonio. Divertente a tratti, abbastanza feroce contro l’arretratezza vetero-cristiana del paese di Wojtyla, ma c’era molto di meglio in concorso.

“Twarz”

Per citare infatti alcuni non premiati, avrebbero meritato un po’ d’attenzione il norvegese Utoya 22. Juli di Erik Poppe, sul massacro architettato dall’estremista Breivik, e molti si sarebbero aspettati qualche riconoscimento alla pattuglia di film di casa, che non hanno affatto sfigurato (ma film tedeschi interessanti erano presenti anche nelle altre sezioni): il buon Franz Rogowski (in competizione con ben due film, Transit di Christian Petzold e In the Aisles di Thomas Stuber) avrebbe meritato il premio come miglior attore forse più del pur bravo Anthony Bajon (in La prière di Cedric Kahn), mentre Ana Brun, tassista lesbica per anziane ricche, ha dedicato il suo Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile (per Las herederas di Marcelo Martinessi) alle donne del suo Paraguay. Il film sudamericano ha conquistato anche il Premio Alfred Bauer per l’innovazione e le nuove prospettive (ma non tutti hanno visto questa gran novità nell’opera in oggetto…), mentre a un altro film ispano-americano, il messicano Museo di Alonso Ruizpalacios va il premio per la migliore sceneggiatura (scritta a quattro mani con Manuel Alcalá).


Last but not least, un premio un po’ di consolazione per Aleksej German Jr., beniamino dei festival europei, che con questo suo buon Dovlatov, dedicato a una settimana di vita giovanile di quello che poi diventerà un grande scrittore russo dell’emigrazione americana, aveva riscosso pareri molto favorevoli e sembrava in lizza per premi un po’ più consistenti di quello tecnico andato ad Elena Okopnaja per i costumi e la scenografia.

“Isle of Dogs”

Questi nomi diranno forse poco ai lettori italiani o a chi non frequenta i festival, ma chiudiamo con un autore ben più noto, ossia l’Orso d’argento per la regia Wes Anderson che con il suo apprezzatissimo Isle of Dogs, realizzato in stop motion, racconta la storia del dodicenne Atari Kobayashi e della sua eroica quest per ritrovare il suo cagnolino, tanto per confermare dopo Fantastic Mr. Fox che il visionario regista di Houston si trova perfettamente a suo agio anche con l’animazione.

Un concorso tutt’altro che malvagio nel complesso, con buona varietà e alcune novità miste alle prevedibili delusioni, e dove purtroppo non sembra aver troppo brillato l’italiana Laura Bispuri con la sua opera seconda Figlia mia, ma fra le maggiori curiosità che Berlino 2018 ci lascia c’è proprio quella di seguire il percorso successivo del film vincitore, tanto poco apprezzato qui in Germania, ma che forse ha bisogno di “respirare” come certi vini per essere capito meglio…