Tutta la preziosa articolazione dei Padiglioni della 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia mira a far riaffiorare gli aspetti più positivi della nostra società in un momento in cui l’umanesimo (parte da questo concetto l’innovazione della curatrice della Mostra, Christine Macel) è messo in pericolo: l’Esposizione si presenta come il defensor della civiltà dalle chiare radici cristiane, un baluardo contro le crepe dell’individualismo e dell’indifferenza; un evento artistico che la francese Macel definisce liricamente un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi egoistici, come luogo della riflessione e della libertà.

Da qui il Logos della Mostra VIVA ARTE VIVA che ricrea un Umanesimo di innovazione in cui si infonde un’energia positiva attraverso l’arte: tessere un percorso esistenziale per non essere dominati da forze che indeboliscono o distruggono la nostra dimensione spirituale e intellettuale.

Una Esposizione come momento di riflessione e come opera creativa dal momento che gli Artisti vengono collocati al centro dell’Evento dando loro la possibilità, tutti i venerdì e i sabati di ogni settimana, di incontrare il pubblico per esporre il proprio modo di esprimersi artisticamente accettando un dialogo di massima apertura. Il Presidente della Biennale Paolo Baratta chiama questi incontri uno dei pilastri della Mostra in quanto elimina il distacco tradizionale tra l’artista e il pubblico, avviando gli autori a inserire i loro messaggi all’attenzione dei visitatori.

I 120 artisti partecipanti (103 presenti per la prima volta), provenienti da 51 Paesi espongono negli 81 Padiglioni dell’Arsenale e dei Giardini e nelle sale di prestigiosi Palazzi della laguna nel più impegnato pluralismo per dar voce al nuovo umanesimo.

E’ il messicano Carlos Amorales con le sue fluenti immagini liquide che denuncia il pericolo trumpiano per il suo popolo minacciato da una politica priva di un respiro di accoglienza.

Pure nel padiglione Arabo siriano Yinka Shonibar e altri suoi connazionali visualizzano la tragica fine della bellezza emblematica di Palmira profanata dalla distorta visione del divino nel rapporto tra gli esseri umani.

L’indifferenza di un popolo, causa di collisioni e terrorismo, è impregnata nell’analisi storica della grande istallazione del russo Grigory Bruskin con 120 immagini in cartapesta: metafora agghiacciante nel sordo colloquio tra le potenze mondiali. Pure l’irrisolto e incombente problema della migrazione è una mina vagante tra i padiglioni, fatto di pressanti domande, di ipotetiche soluzioni come si domanda il collettivo slovacco Neue Slowenische Kunst.

Nello humor di opere paradossali, pregne di sottigliezze filosofiche e sociologiche, degli austriaci Erwin Wurm (scultore) e Brigitte Kowanz (artista polivalente) si innesta la denuncia dei grandi pericoli dell’inquinamento, dell’abuso dell’intelligenza artificiale, di spostamenti di grandi masse.

Al Padiglione cinese Qui Zhijie presenta due opere emblematiche della Dinestia Song (X-XI sec a.C.) degli artisti Li Song e di Ma Yuan in cui riportano attraverso la medietà tra l’arte artigianale e quella visiva i vitali aspetti dell’universo spirituale cinese.

L’iraniano Bizhan Bassiri eleva il pensiero a reggere la condotta dell’uomo per non cadere a un livello non dignitoso: la sua istallazione (sono predominanti nella Mostra a scapito delle tele pittoriche) é lunga 24 metri con 50 sculture e con il leggio dominante che simboleggia il pensiero.

Da notare la presenza contemporanea – extra Biennale – dell’eccentrico inglese Hirst alla Punta della Dogana e a Palazzo Grassi nella sua sfida di ciclopiche statue, svettanti in un neo rococò che disorienta ogni stupore, unite ad altre opere ispirate alla civiltà della Grecia antica. Pure nell’arte del fiammingo Jan Fabre, all’Abbazia di san Gregorio, si innesta una ricerca dell’essenziale nell’effimero dell’esistenza, tramite le sue simbologie metamorfiche.

Cecilia Alemani, curatrice del Padiglione Italia, offre un linguaggio magico attraverso le opere di soli tre artisti (Giorgio Andreootta, Roberto Cuoghi, Achita Husni – Bey) scartando una panoramica tradizionale dell’arte italiana dei giorni nostri per incidere maggiormente nell’identità dell’espressione artistica contemporanea in perenne trasformazione: gli sbocchi metamorfici di fantasia magica, interpretazioni simboliche delle istanze della cultura popolare, delle rovine e delle nuove performance della produzione industriale.

Uscendo sa questo impegnativo viaggio artistico non si può non condividere l’opinione della Christine Macel :”Di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, l’arte testimonia la parte più preziosa dell’umanità”.