I danzatori si esibiscono non solo nelle sale del Teatro dell’Arsenale ma, con una ventata di pura arte, si spargono tra le calli e nei sestieri, impreziosendo case e palazzi con le silenti evoluzioni della loro gestualità.

Soprattutto nel Campo S. Agnese 15 danzatori si affiancano in armonia perfetta con la loro “magistra” Marie Chouinard, la direttrice di questa Biennale Danza. La sua istallazione coreografica crea un colloquio tra un singolo danzatore e un qualsiasi coraggioso spettatore per condividere inaspettate prospettive. Nell’intenzione della Chouinard nasce così una risposta personalizzata, una danza libera di abbagliante spontaneità che evoca il potere di avverare il desiderio in un progressivo scambio tra l’artista e lo spettatore.

Chouinard è una coreografa, danzatrice, ideatrice di costumi, suoni, dalle carature internazionali. Coreografie e assoli danzanti che le hanno guadagnato un posto prestigioso nella danza contemporanea. Fondando la sua compagnia dedica tutta se stessa a creare gruppi di lavoro di cui beneficiano i suoi allievi e tutti coloro che assistono ai suoi spettacoli in armonia colloquiale.

La Chouinard lasciando traccia dei suoi lavori, con il regista Mario Roluleau, firma il film “Le Sacre du Printemps”, una delle più preziose perle della sua ispirazione coreografica, affrontando l’ardita e solenne simbiosi: uomo, natura, animali marini, in trionfali sequenze di ricami di membra, di musica – quale magico commento – folgorate di luci, di caravaggeschi primi piani.

La sera stessa del 27 giugno scende sulla scena del Teatro alle Tese con i suoi 10 danzatori rilasciando agli spettatori quello stupore che scaturisce solo dalle magie di ogni originale creazione: i danzatori nel blu profondo trainati dall’alone bianco della loro conduttrice, lievi o travolgenti nel loro dettato gestuale, imprimono un dialogo di alta emotività.

La Chouinard presenta Dana Michel, Leone d’argento di questa Biennale Danza, quale filosofa senza parole che fa dell’ironia un’arma per costruire una realtà basata sulla limpidezza dei rapporti sociali. Dana Michel è un’artista di livello internazionale. Afroamericana di Ottawa arricchisce la sua arte attingendo alle proprie esperienze personali, le più autentiche traduttrici del sentire collettivo, legame di fraternizzazione. Nel suo spettacolo di martedì 27 giugno – Yellow Towel”- alle Tese dei Sottopalchi, risogna la sua infanzia, le tradizioni tradite per rivitalizzare la sua cultura originale contraria a imitazioni ibride e umilianti. Dana si affaccia sulla scena in una atmosfera di estrema sofferenza e sanguinoso riscatto tra silenzi e lentezze gestuali di raffinata costruttività, che impongono meditazione. Suoni lancinanti lanciati al parossismo. Si accende la luce su una umanità ferita e sulla necessità di uno sguardo – improrogabile – sui più deboli.

La canadese Daina Ashbee trae dalle sue origini cosmopolite tematiche che dettano vie nuove alla liberazione autentica della donna, al completamento della loro dignità. In una sua dichiarazione crea la sintesi del suo pensiero: “Sono alla scoperta della relazione con l’ambiente (e la sua storicità), la terra e i miei antenati”. Scuote la sua performance al Teatro alle Tese del 29 giugno ,”Unrelated”, che ti getta in faccia l’improntitudine di sopraffazioni sulle donne indigene canadesi nell’alea di una trasfigurazione artistica sofferta,meditata, dolorosamente compartecipe.

Benoit Lachambre nella Sala d’Armi dell’Arsenale e soprattutto in Campo S. Agnese ha realizzato una coreografia originale, tutta orientata a una continua e irripetibile ricerca visibile e invisibile del flusso corporeo e incorporeo del singolo o in fase collettiva.

Benoit divide gli spettatori in gruppi limitati per offrire la spontaneità dell’incontro sia a distanza sia nella lievità di un tocco che misura la gradazione affettiva, nella consapevolezza dello spazio, nel desiderio o di annullarlo o di misurarlo sensitivamente e razionalmente. L’uomo – rinverdendo un richiamo democriteo – “misura” l’intensità dei contatti tra lui e gli altri, tra lui e se stesso,tra lui e il suo ambiente. Si muta con il mutare dell’universo in un ballabile di dolce interloquirsi o in una devastante cecità.

Pur appartenente agli africani bianchi Robyn Orlin fa sua la missione di collegare la Costituzione sud Africana (2015) con l’esigenza di mantenere intatta la tradizione africana con i suoi miti, usanze, anche in campo medico, anche in versione tribale, spazzando via in questa fusione di civiltà, ogni emarginazione, miseria, sofferenze. Affida il suo credo sociofilosofico – nella sua piece “Ende so you see” alle Tese dei sottopalchi – a un grande performer Albert Silindokuhle Ibokwe Khoza, pluripremiato sulle scene del mondo, dal corpo ironico, giocoso, che, in miracolose sequenze di trasformismi decanta la burrascosa freschezza delle origini e critica sarcasticamente l’incompiutezza fallimentare della così detta nuova civiltà, senza spegnere la fiaccola della speranza.

L’ultima coreografia di questo Festival è stata condotta da due donne politicamente guerresche (Mathilde Monnier e La Ribot) dal titolo ”Gustav” che “Le Monde” indica come un piccolo capolavoro teatrale. Si assiste a un unico personaggio femminile giocato sulla tonalità comica e ironica, ma terribilmente ampliato nel problema cosmico del mondo- donna che irrompe in tutte le epifanie socio economiche, rompendone gli schemi nell’esigenza di una conduzione eroica e audacissima da parte delle donne stesse. Un messaggio rivoluzionario che stupisce, commuove, getta le basi di una innovazione più convincente e trasparente.