CONCORSO – In Ruanda nel 1994 imperano il caos e la violenza, e il genocidio degli Hutu a scapito della minoranza dei Tutsi non distrugge solo la razza umana, ma sconvolge anche animali e natura. Cosa ci fa una dottoressa polacca in mezzo a quel disastro umanitario?

Krzysztof Krauze era un regista che amavo molto.

È enormemente triste dunque dover dire che questo è (almeno in parte) l’ultimo suo film di cui potremo mai parlare. Il regista polacco infatti è morto di cancro nel 2014, dopo essersi fatto apprezzare con alcuni dei film più interessanti della Polonia post-comunista (ma la sua carriera era iniziata nel lontano 1976). Dai film sulla malavita post-regime (The Debt, 1999) a bio-pic tutt’altro che imbolsiti su un pittore naif (My Nikifor, vincitore qui a Karlovy Vary nel 2004) e sulla prima poetessa rom (Papusza, 2013), senza dimenticare il family-drama metropolitano La Piazza del Salvatore (2006), Krauze era un autore che sapeva raccontare le storie più diverse con un approccio compatto e deciso, senza eccessi drammaturgici o svolazzi sperimentali, ma offrendo sprazzi di studio sociologico delle epoche affrontate ed evidenziando le linee di emancipazione di personaggi periferici e svantaggiati (si vedano soprattutto le due storie di artisti atipici di cui sopra).

Nei suoi ultimi progetti (soprattutto dopo che la malattia lo aveva colpito) era stato affiancato dall’ultima delle sue quattro mogli, Joanna Kos, che con spirito di sacrificio e senso di giustizia ha voluto portare a termine anche quest’ultima idea creativa del suo compagno e sodale.

Joanna Kos Krauze e Krzysztof Krauze

Il progetto filmico in questione è geograficamente eccentrico per questa coppia autoriale centro-europea, ma non per questo peregrino. Si parte dal Ruanda insanguinato dal genocidio della metà degli anni Novanta, dove il motivo di collegamento con la nostra vecchia Europa non è meramente funzionale ad operare il passaggio da un continente all’altro, bensì costituisce una delle linee tematiche portanti Si parla in particolare della natura e del suo studio, ad essere precisi, dell’ornitologia: Anna, una studiosa polacca di rapaci, collabora infatti con un luminare africano per portare avanti uno studio dedicato in particolare agli avvoltoi africani. Si intendano in primis i pennuti, gli animali, ma (si sarà capito) in questo caso è abbastanza facile da applicare anche una lettura metaforica. Fin dalle prime immagini comprendiamo come la natura ferina e mortuaria di questi uccelli ispiri una riflessione tematica che tocca non solo la voracità animale delle varie tribù africane coinvolte, il loro disprezzo per i morti gettati in fosse comuni o in latrine di campagna, ma anche e forse soprattutto la violenza divoratrice dell’uomo europeo.

Il bianco, il “civilizzato” abitante del Vecchio Continente non solo ha sfruttato per secoli terre ora  martoriate e depauperate, ma in uno dei momenti cruciali della recente storia africana ha girato lo sguardo altrove, intervenendo tardi e male su questa e su altre ecatombi che hanno sconquassato il continente nero. Al danno si aggiunga la beffa di noi europei che ipocritamente proclamiamo la propria superiorità di salvatori illuminati, di portatori di ordine e democrazia nelle “lande primitive” di Ruanda e dintorni. Tutto ciò è condensato con ricchezza di spunti visivi simbolici, veicolato senza eccessi esplicativi o didascalici, e infine posato sulle nient’affatto fragili spalle delle due protagoniste, la polacca Jowita Budnik e la ruandese Eliane Umuhire. Le due donne mettono in scena un tesissimo confronto fra l’intellettuale complessata europea, che crede di lavarsi la coscienza con qualche facile gesto di beneficenza sociale, e la non pacificata ragazza sopravvissuta al massacro del proprio popolo, pronta ora a mordere anche la mano che la vorrebbe aiutare.

Per capirci siamo lontani dalle coordinate di un Hotel Rwanda (2004), e ciò, data la ormai notevole distanza temporale e la urgenza ormai relativa della vicenda, è scelta non solo prevedibile, ma anche molto lodevole. Rispetto a Terry George, i Krauze puntano più decisamente su di un taglio autoriale metaforico, alternando i blocchi più tradizionalmente narrativi e le fasi dialettiche di confronto fra i personaggi ad inserti extra-diegetici di notevole intensità: che siano campi lunghi delle lande ruandesi (tutt’altro che turistici), dettagli di animali squartati o scene di famelici festini degli avvoltoi, tali scarti non-narrativi, questi controcampi “naturalistici” si fanno portatori della sostanza ideale del film, quasi correlativi oggettivi (nonché in buona parte surrogati) delle stragi umane, che qui si decide saggiamente di non rappresentare con eccessiva violenza grafica.

Gli uccelli erano passione e diletto dello studioso ruandese brutalmente ucciso, trait d’union con la sua collega polacca (forse innamorata di lui), rappresentazione simbolica della figlia Claudine, incerta se combattere come un’aquila alla ricerca della verità del suo paese o acquetarsi da piccolo usignolo nella più tranquilla Europa. Era giusto dunque che proprio immagini (almeno in apparenza) avulse dal mero racconto creassero uno “sfondo etologico” di raccordo connettivo fra paesaggi e personaggi. Infine si potrebbe affermare che, in questo svolazzare di caratteri e questioni geopolitiche, la non più giovane Anna a sua volta rischia di fare la figura di un vecchio struzzo, nascondendo come fa la sua testa nelle proprie paure di studiosa che ha compreso di essere elemento estraneo in qualsiasi situazione lavorativa dove manchi un suo reale coinvolgimento spirituale.

Non sappiamo se considerare questo buon Birds Are Singing in Kigali come l’ultimo film-testamento di Krzysztof o la prima pagina di una nuova vita autoriale della moglie Joanna. Intanto registriamo con piacere un film denso e compatto che intreccia senza eccessive pesantezze retoriche una riflessione a freddo su certi meccanismi di sfruttamenti e compromessi esistenziali con una intensa storia personale che mette a confronto due donne diverse, ma altrettanto pronte a “spiccare il volo”, una volta trovato un terreno comune di comprensione.