Black mirror: 4×01 – USS Callister

Poco più di un anno fa Netflix rilasciava la terza stagione di Black mirror, andando a resuscitare un’altra volta una serie cancellata per motivi economici nonostante le potenzialità inespresse. La terza stagione dimostrò – ahinoi – che produzione e distribuzione a cura della piattaforma streaming più adottata al mondo non significavano soltanto nuovo carburante e fine dei problemi dei budget, bensì un radicale cambiamento costitutivo dello spirito della serie. E i risultati furono quel furono. In questa stagione (composta come al solito da un altro ciclo di sei mediometraggi stand-alone) la rotta del Black mirror 2.0 non sembra aver subito deviazioni, al contrario di NonSoloCinema che invece abbandona il format dell’analisi stagionale a favore di sei recensioni singole. Iniziamo dal principio.

Robert Daly – Jesse Plemons, già famoso per Breaking bad – è un genio dell’informatica e proprietario di un’azienda di videogiochi, ma ha una personalità remissiva e timida, fattore che si traduce in frequenti umiliazioni sul posto di lavoro da parte dei sottoposti e del socio Walton, che si occupa del marketing senza avere reali competenze. Incapace di reagire, ha creato una versione alternativa del gioco della sua compagnia che ha popolato con copie virtuali senzienti dei suoi conoscenti, allo scopo di avere la sua rivincita in un mondo alternativo modificato per scimmiottare la sua serie di fantascienza preferita.

Niente di rivoluzionario ma pur sempre denso di contenuti, sulla carta. Ciononostante, chi scrive si permetterà si prenderla un tantino alla larga. Correva l’anno del Signore (personalità invocata più volte durante la visione della puntata) MMXVI, al germogliar del secolo ventesimoprimo, due mesi al solstizio d’inverno: il primo episodio di Black mirror 3 era una totale ciofeca. Banale, stucchevole, con l’unico scopo di attirare un’altra fetta di pubblico oltre a quelli della prima ora attraverso una totale semplificazione di ogni elemento visivo e contenutistico. Tagliando corto, l’equivalente televisivo di un’imperdibile offerta prendi2paghi1! sui detersivi. Un’unica meta: apparire il più accessibile possibile. E qui ritorniamo a noi. Che sia cambiato qualcosa? Ovviamente no, su, che magari c’è pure qualchedun altro che inizia con questa quarta stagione da non spaventare.

USS Callister è esattamente una sincrasi tra i primi due episodi del ciclo del 2016, da una parte una critica pedissequamente moralistica a un fenomeno banale per ispirare approvazione, dall’altro un gioco con la fantascienza classica per allargare il campo di riferimento e spacciare intrattenimento leggero per pensiero. Di fatto il fil rouge della serie (possibili conseguenze negative della tecnologia) non è nient’altro che un espediente per riportare su schermo una storyline old sci-fi, stile guilty pleasure. Ritornando all’italiano, assistiamo a una puntatella di Star Trek con la messa in moto di un conflitto tra virtuale e reale, con le copie virtuali che si ribellano al creatore. Vero, le potenzialità per condurre qualche discorso c’erano, ma non ci sofferma un secondo sul problema della clonazione, o sul libero arbitrio, o sulla totale subordinazione (che sarebbe di tipo specistico) di un essere umano a una sua “evoluzione”. Se è toccato qualcosa è la figura trita e ritrita del perdente fuori, nel mondo, che si reinventa dentro la sua mente, con sogni di riscatto etc., e più tardi si sfoga sull’emanazione di essa: la rete.

Ancora una volta notiamo come tutto sia terribilmente semplice. USS Callister di dice che il nostro protagonista è un perdente, è colpevole in quanto perdente (e infatti verrà punito), e che usa la rete come un mezzo – un’ingenuità. Non si ragiona mai sull’Internet come apparato della tecnica né tantomeno come un qualcosa dotato di scopi, è sempre manipolabile, sempre reversibile; tutto in ordine, nessun problema – altra ingenuità. I personaggi intrappolati, la cui auto-coscienza meccanica, digitalizzazione di un frammento di saliva, non è mai questionata nel rapporto reale-virtuale, hanno un nemico e per un’ora cercano di vincerlo, manipolando il mondo reale (ma allora c’è rapporto? No, le dinamiche sono risicole e forzate e non c’è riflessione sull’ombra che domina il corpo neanche a pregare) per riuscire nel loro scopo, con indosso le tutine colorate per farci divertire e basta. Non si può nemmeno parlare di occasione sprecata, perché non c’è il minimo tentativo di andare in quella direzione, soltanto la volontà di coprire di specchietti intellettualistici una parodia in grado di attirare nostalgici come neofiti: di nuovo è solo un “venghino signori, venghino”.

In conclusione, si tratta di un episodio nuovamente irrilevante sul piano della qualità effettiva, che viene solo amministrato più che scritto e diretto (rispettivamente dal creatore Brooker e dal veterano della TV inglese Haynes, che sulle facce probabilmente hanno ancora il segno delle scarpe del consulente di produzione) per invogliare altri spettatori a seguire la serie. Conclude la pagliacciata un lieto fine hollywoodiano che ai tempi delle prime due stagioni ci avrebbe lasciati solo che basiti. Almeno la scorsa annata aveva avuto andamento gaussiano, con due picchi centrali degni di nota; non ci resta che sperare in una stagione conservatrice, giacché il Rubicone è già stato passato. A proposito invece del consulente di produzione invece , non è che nel vedere sullo schermo un giovane arrogante prendere delle entità con qualità precise e trasformarle in copie informi per profitto personale abbia avuto come la sensazione di trovarsi davanti allo specchio?