Continua a tappe forzate la carrellata di analisi puntata per puntata della quarta stagione di Black mirror (e altrettanto in fretta si concluderà, dato che gli episodi sono solo sei e sono usciti tutti nello stesso momento). Dopo una prima puntata – possiamo dirlo francamente – disastrosa, almeno per i livelli a cui ci aveva abituati Charlie Brooker, il secondo frutto del cesto non è così velenoso, ma neppure si compiono grandi passi in avanti. La struttura narrativa questa volta è infinitamente più semplice e sul modello del vecchio specchio nero, ossia trascende lo svolgimento canonico per rappresentare una nevrosi progressiva. Peccato però – ahinoi, e due – che questa sia l’unica vestigia.

Marie, madre single iperprotettiva, in seguito a un episodio che la mette a confronto con la possibile morte della figlia, decide di offrirsi per una prova gratuita del sistema Arkangel, un chip sottocutaneo che permette di monitore comodamente da un tablet qualunque cosa stia succedendo, restituendo il campo visivo del soggetto chippato e controllando i suoi parametri biologici, con l’ulteriore possibilità di censurare la realtà a partire dalle alterazioni degli stessi.

Dunque stiamo assistendo a un classico delle teorie cospirazioniste, il microchip di controllo, questa volta però declinato sulla falsariga dell’amore materno e della protezione attraverso una sorta di augmented body in questo caso estrinseco alla carne. Il tema è, palesemente, il rispetto dell’alterità, sempre al centro di ogni rapporto genitoriale-filiale, nel momento in cui si passa dalla biologia alla vita vera. Declinato con calma a partire da quando la figlia Sara ha tre anni, il nucleo della puntata riguarda proprio quanto è nei poteri della madre proteggere i figli se la tecnologia può arrivare a censurare il vissuto. Anche in questo caso non stiamo parlando di nulla di innovativo, anzi. Il punto è però che questo tracciante si esaurisce abbastanza in fretta, quel che progredisce e il rapporto di manipolazione tra le due donne (la seconda parte dell’episodio vede una Sara quindicenne) che scivola sempre più nel controllo della sfera affettiva, fino al procurato aborto, che vede una madre negare la maternità alla figlia con il dolo, proteggere lo status quo forzatamente a scapito del rispetto del generato: un figlio è tale in quanto non del tutto dominabile, cioè altro-da-sè, mentre Sara è spinta all’estremo opposto.

Ma fatta eccezione per l’incipit e la climax finale quel che c’è in mezzo non è gestito alla perfezione, spesso con troppa fretta (la prima volta, la droga, in modo quasi puerile) e talvolta con un fare inutilmente compassata (il nonno nella prima volta, come voce del senso comune, decisamente evitabile, in quanto spesso coincidente con l’ovvio). I problemi questa volta sembrano risiedere di più nella scrittura, stranamente, che non nella regia di una Jodie Foster che, dopo risultati non eccelsi dietro la macchina da presa, si rifà con una prestazione ordinata e senza sbavature, capace di sopperire alle scivolante nella gestione del ritmo in un paio di fasi. Chi scrive in qualche rimane tutto fuorché impressionato, sia perché il fattore chip sta diventando ripetitivo – è già la terza volta che lo vediamo, dopo la puntata conclusiva della prima stagione e l’episodio a questo immediatamente successivo – sia perché un tema così potenzialemente denso è stato destrutturato secondo l’americanismo che sino ad ora Netflix sembrava essere riuscito ad arginare: il sottotesto positivista che impedisce l’immissione sul mercato di Arkengel e la meta-censura dello scontro fisico nel finale sono cadute di stile pesanti che ribadiscono uno sguardo sulla tecnologia da globalizzazione anni ’90 e non restituiscono l’alienazione del processo.

In conclusione, Arkangel è un passo avanti qualitativamente parlando ma certo è ancora troppo ancorato al non apparire troppo complesso per non sfigurare nel parterre. In sostanza, nulla più che un episodio di passaggio, discreto nel suo paio di alti e bassi e poco da dire a livello essenziale: l’obiettivo preposto è di media accessibilità e viene perseguito con agiatezza. Ciononostante, sempre di passaggio.