C’è un po’ di Peaky Blinders in quest’ultimo ciclo di episodi di Black mirror, con Joe Cole protagonista dell’episodio di cui si parlerà tra poco e Colm McCarthy in cabina di regia per quello conclusivo. Cole qui però non è un giovane gangster zingaro della Birmingham del primo dopoguerra bensì un ragazzo come tanti, che si trova però in un mondo dove la sfera delle relazioni amorose è gestito dal System – una sorta di SuperTinder che seleziona il partner e quantifica la durata della relazione per collezionare informazioni sufficienti a trovare l’anima gemella.

Non c’è più da questionare dunque rispetto alla linea generale di questa seconda sestina in casa Netflix, appare chiaro che non c’è stata la minima volontà di allontanarsi di binari della terza stagione. Come il primo episodio sacrifica la qualità per attirare pubblico, il secondo sperimenta una nuova variante e il terzo gioca con le atmosfere del thriller, il quarto si propone di allentare un po’ la stretta strizzando l’occhio alla rom-com. Hang the DJ prende l’idea delle prescienza e la sfrutta non nella sfera della mortalità ma in quella amorosa, dando vita al classico – mutatis mutandis – tira e molla tra due timidoni separati dalla sorte – o, in questo caso, tecnologia. Come San Junipero, la struttura è lenta e compassata, abbastanza da farci conoscere in tutta tranquillità i nostri protagonisti, e il ritmo accelera verso la fine con un colpo di scena che riscrive tutto quanto è accaduto prima. Peccato che i punti di contatto tra i due mediometraggi finiscano qui, però.

Andiamo con ordine: in sé la puntata funziona, è ben realizzata e la messa in scena fa da padrona, con trovate niente male per quanto riguarda l’artificialità del mondo circostante, e van Patten alla regia si conferma un abilissimo mestierante televisivo. Il punto critico non è di nuovo il piano formale quanto quello sostanziale, perché Hang the DJ è di fatto un mero staccare la spina dalle puntate precedenti, si definisce soltanto per opposizione, facendo proprie la leggerezza e l’assenza di riflessione organica. Si stacca, si emancipa, ma perpetua i difetti strutturali dei predecessori. Spiegandosi meglio, si tratta di una puntata che, con il plot twist a due minuti dalla fine, cancella ogni traccia del rapporto uomo-tecnologia per andare a rappresentare una banale commedia romantica; ben riuscita, certo, ma che c’entra con lo spirito della serie? Niente, l’elemento virtuale è solo un escamotage. Sì, ancora.

In pratica abbiamo assistito al ciclo vitale di un algoritmo di un software di matchdate, la coppia protagonista nella realtà consiste in due persone che si sono conosciute grazie a questo tipo di algoritmo. In una delle simulazioni i nostri violano le regole e risolvono così l’equazione, andando a configurarsi come un risultato positivo. Nulla da eccepire, si guarda con piacere, ma permane il solito vuoto critico: le coscienze virtuali sono copie reali in che senso? In che modo avviene la loro dissoluzione? E via dicendo; non c’è nemmeno problematizzazione per quanto riguarda il rapporto tra libero arbitrio e il ciclo di cause necessitanti dato dalle prescienza della fine. Senza contare che già il mondo virtuale era difficile da immaginare come veritiero per le sue semplificazioni (non esiste sfera amicale, né lavorativa, la vita ruota attorno alle convivenze calcolate), e che il lieto fine d’ordinanza distrugge anche la poca carne al fuoco, magari esplicabile con una riflessione sul perché il quel mondo è tale, per esigenze biologiche o perché non c’è più da ragionare come singoli individui ma solo come pedine? O per una genetica dei sentimenti (con conseguente calcolo della cultura, elemento qualitativo per eccellenza)? Tutto questo viene distrutto.

Alla fine dei conti quindi Hang the DJ non è un brutto episodio, ma che ci fa nell’annuale sestina di Black mirror? Essenzialmente smorza la tensione, allarga la sua fetta di pubblico, va fare la brutta copia di San Junipero (che di cose da dire ne aveva eccome) e ci dimostra come la mentalità di Netflix non differisca da quella di una holding sportiva: squadra che vince non si cambia. Quanto a ciò che Netflix pensa di aver vinto con la terza stagione, chi scrive sospende qui il giudizio e vi rimanda alle considerazioni conclusive sulla stessa. Ah, e la risposta alla domanda iniziale è “niente“.